A modo mio

Un paese che sorride

di Luigi Troiani

Qui dicono che quello che scrivono le guide turistiche non corrisponde al vero, che l'etimo di questa terra richiama il concetto di "indipendenza" non quello del sorriso. Eppure, guardando intorno, vedo più gentilezza e grazia che libertà. Non mi riferisco al fatto che il governo di Abhisit martedì abbia prorogato lo stato di emergenza, imposto su Bangkok e circa un terzo delle province, dopo che tra aprile e maggio 90 persone sono rimaste uccise e quasi 2.000 ferite: incidenti di percorso capitano. Guardo alla povertà endemica che avvilisce troppa gente, alle ragazze che si prostituiscono nei bordelli cittadini per mandare soldi a casa, ai ragazzini prestati alle voglie dei turisti maiali, al cameriere che mi serve il pat thai (ricchissimi e gustosi spaghetti di riso) con succo di mango e papaya e guadagna in un mese quello che, senza lussi, spendo qui in tre giorni.

   Anche come effetto delle recenti manifestazioni e del rischio di frattura sociale violenta che ne è seguito, il governo sta proponendo misure straordinarie a sostegno della popolazione con reddito inferiore a 18.000 bath (560 dollari l'anno), convenendo di passare probabilmente al limite più alto di 120.000 bath (3750 dollari). Siamo a livelli di sussistenza per noi impensabili. E anche a ragionare in termini di ppp, l'indice di purchasing power parity creato dai tecnocrati delle NU per considerare in modo più verosimile il reddito nei paesi in sviluppo relazionandolo al costo effettivo della vita, il disagio dell'eccessivo squilibrio tra chi ha troppo e chi non ha niente permane.  Così come permane la sensazione  che le camicie rosse che mesi fa hanno messo a fuoco il centro della capitale, torneranno a farsi sentire. E il fatto che quella massa di contadini sia manipolata dall'ex premier Thaksin Shinawatra, tanto galantuomo da rifugiarsi in Montenegro e istigare di continuo alla violenza, non cambia la giustezza delle radici della protesta, come affermano molti leader politici e gli esponenti delle organizzazioni imprenditoriali, impauriti dalla prospettiva di un paese senza investimenti esteri e turismo.
   Il "paese del sorriso" costituisce la seconda economia del sudest asiatico: timori sulla sua stabilità allarmano tutta la regione, memore del disastro che la sua crisi finanziaria, esplosa nel 1997 proprio in questi giorni di luglio con misure di svalutazione competitiva, provocò nelle economie asiatiche facendo, tra l'altro, saltare il regime indonesiano di Suharto costretto nel 1998 alle dimissioni. Dietro i grandi templi buddhisti e i palazzi reali da favola, dietro le imponenti rovine di luoghi che appartengono al patrimonio umano tutelato dall'Unesco come Ayuttahya, dietro i profumi incessanti di frutta e fiori, le isole e la sabbia da sogno, parchi marini e acque incontaminate, ragazze delicate e gentili, c'è un'economia che pulsa, con il suo agroalimentare in ascesa, gemme e preziosi ammirati in tutto il mondo, la gomma il tessile la chimica e le macchine industriali che vendono ovunque Italia inclusa.

   Questa struttura economica va salvaguardata e migliorata, non certo consegnata alla violenza, da qualunque parte provenga. E' la sfida che un paese fondamentalmente democratico può e deve vincere. La Thailandia, che sconta anche la lunga malattia dell'amato re e forse il tramonto della stessa monarchia, fa fatica a digerire le convulsioni della crescita rapida. Deve ricordare che come alternativa l'attende lo sviluppo guidato da una dittatura, nelle migliori tradizioni del dispotismo asiatico. Basta un’occhiata oltre confine, ai vicini, per rendersene conto