LE PROTAGONISTE/Con le donne nel CdA si cresce di più

di Lella Golfo*

Oggi avrei voluto parlare di qualche "succoso" retroscena politico o di una frivolezza chicchessia consona alla calura estiva. Ma martedì è stato un gran giorno e la novità è di quelle che possono dare una scossa adrenalinica all'estabilishment del nostro Paese. Si tratta dei CdA delle società quotate e partecipate dalle Amministrazioni Pubbliche. Un pacchetto immenso di poltrone e poteri. Ebbene, ci sono ottime probabilità che già dal prossimo autunno questi "antri" da cui si fa girare l'economia italiana siano costretti a "splancare" le porte alle donne. Non che finora siano stati loro preclusi per legge, più che altro per radicata consuetudine. E non è un'opinione, ma sono i numeri a parlare. Nei board delle 40 società italiane a maggiore capitalizzazione, le donne sono una ventina su più di 600 Consiglieri e tra le prime 100 società, ben 71 sono esclusivamente al maschile. Per non parlare delle 281 società quotate: su 2.800 consiglieri, le donne sono appena 174 e il 56% delle aziende non ha nessuna donna negli organi di Amministrazione. Dunque, più donne nei CdA non sarà lo slogan di una "pubblicità progresso" ma succederà per davvero e segnerà il raggiungimento di traguardo storico per le donne italiane.

Questa settimana, infatti, la Commissione Finanze della Camera ha incassato il parere positivo del Governo e ha dato via libera al testo del mio progetto di legge che introduce le quote di genere nei Consigli di Amministrazione e negli altri organismi di gestione e controllo delle società quotate. Ora il testo è stato trasmesso alle Commissioni Giustizia e Affari Istituzionali della Camera per acquisirne i pareri formali. Il Presidente della Commissione Finanze Gianfranco Conte ha dichiarato ufficialmente che non appena ricevute le risposte chiederà la sede legislativa e quindi già a partire dalla settimana prossima la proposta potrebbe approdare in Senato. In soldoni, prima del rinnovo dell'importante stagione di rinnovo dei CdA, la partita potrà essere chiusa. Quanto al merito del provvedimento, il cardine è una modifica al Testo unico dell'intermediazione finanziaria, secondo cui lo statuto delle società quotate dovrà garantire nel riparto degli amministratori che un terzo dei posti vada al genere meno rappresentato. Oltretutto, grazie alla previsione introdotta dall'articolo 3, la norma si applicherà anche alle società controllate dalle Pubbliche Amministrazioni non quotate in mercati regolamentati, raccogliendo dunque in parte le disposizioni contenute nella mia proposta di legge per l'istituzione di un'Authority per le pari opportunità.

Non è retorico né di parte ribadire che si tratta di una epocale, meta a cui guardo con ambizione e determinazione da tempo immemore. Un risultato raggiunto anche attraverso una convergenza e unità d'intenti, come mai mi era capitato in tanti anni di battaglie a favore delle donne. A cominciare dalla Commissione Finanze, dove ho visto l'appoggio fondamentale della relatrice, l'Onorevole Silvana Comaroli, e soprattutto la condivisione del Presidente Gianfranco Conte che si è prodigato con convinzione affinché la proposta giungesse all'approvazione. Passando per le audizioni di assoluto spessore che si sono susseguite nel corso dei mesi, prima fra tutte quella del Consigliere Delegato di Intesa San Paolo Corrado Passera che ha speso parole di apprezzamento e consenso per il progetto di legge. Il parere positivo del Governo ci ha confermato che la volontà politica c'è e dunque il traguardo è sempre più a portata di mano. In questi giorni la notizia si è diffusa e ho ricevuto attestati di stima e raccolto il sincero entusiasmo di tanti. La verità è che in Italia la tendenza è quella di far grandi movimenti d'opinione salvo poi non mirare al cuore dei problemi con strumenti operativi. Io non ho mai agito né pensato in questi termini e questa mia proposta va a sanare concretamente un deficit reale e pericoloso per la competitività del sistema Paese. Non si tratta del riconoscimento di un principio di pari opportunità, che pure è sacrosanto e per il quale continueremo a impegnarci a fondo. Qui per una volta si afferma un metodo inderogabile, s'impone una condotta ispirata alla meritocrazia e dunque non si lascia scampo alle lassismo della singola interpretazione. Perché quale uomo sarebbe disposto per pura condivisione ideale a cedere il proprio posto in un Consiglio d'Amministrazione? È pura utopia e di utopie son pieni gli oceani.

Con questo progetto di legge, invece, il cambiamento è sostanziale e non riguarda solo le donne.
Le ricerche di autorevoli osservatori internazionali confermano che le aziende con tre o più direttori donne segnano un aumento pari all'83% di capitale netto, un +73% di utili sulle vendite e +112% di rendimento del capitale investito rispetto a quelle con "tetto di cristallo". Sono i numeri a parlare e dunque per affrontare la crescente competizione uno dei metodi vincenti è proprio il "bilinguismo ai vertici", la contaminazione di leadership, maschili e femminili. Con questa legge, finalmente, le nostre aziende, volenti o nolenti, dovranno adeguarsi ai modelli di business e organizzazione dei mercati internazionali, dove le donne sono l'altra metà dei board e le aziende ci guadagnano!

*Deputata del Pdl e Presidente della Fondazione Marisa Bellisario