SPECIALE/LIBRI/Mamma Rai come ti sei ridotta

di Niccolò d’Aquino

Gilberto Squizzato, da cinque anni lei viene ogni giorno in Rai ... a non fare nulla, anche se vorrebbe. Come si vive da mobbizzati? E com'è che, all'improvviso, da pluripremiato regista e giornalista di punta lei è passato nella schiera di quelli che i grandi dirigenti non fanno lavorare?».

Nella sua piccola stanza nella sede milanese della Rai a corso Sempione, unico pezzo pregiato una vecchia e un po' sdrucita poltrona di Giò Ponti («L'ho salvata io»), Squizzato che ufficialmente continua a prendere uno stipendio come dirigente di Rai3 risponde con calma.
«Sulle ragioni della mia emarginazione, la domanda non va fatta a me. Sul come si vive, bè, ci si sente in grossa difficoltà emozionale. Perché è un disconoscimento di tutto l'investimento e la creatività spesi in tanti anni». E che - lui non lo dice, ma in Rai e nel mondo della cultura lo sanno tutti - lo ha portato a produrre dei veri capolavori di real movie acclamati e premiati dalla critica: dai celebri Racconti di Quarto Oggiaro, all'Uomo dell'argine, a Suor Jo e tanti altri. Tutti resoconti puntuali dell'evolversi della realtà sociale italiana, soprattutto di quelle pentole pronte a scoppiare che sono le disastrate periferie urbane. «Ma tutti, probabilmente, con un difetto» sorride. «Sono costati molto poco, forse troppo poco».

Per l'Italia la Rai, lo sappiamo, non è una radiotelevisione qualsiasi. È qualcosa di unico, cartina di tornasole dello stato di buona o cattiva salute del Paese. È molto più, per fare una esempio, di quello che la BBC rappresenta per la Gran Bretagna. Per certi versi la Rai "è" l'Italia. Come lo sono Alitalia e Fiat. E forse non è un caso se dei tre pilastri da sempre emblema della produttività italiana, ad avere imboccato la strada della salvezza sia solo quello privato: la Fiat guidata dall'italiano non-italiano Sergio Marchionne.
Perciò l'odissea di Squizzato è importante. E di odissea si tratta: un tribunale gli ha dato ragione, ordinando all'azienda di farlo tornare a lavorare ai livelli di prima ma, nel Paese delle 10mila leggi, la sentenza continua a essere semplicemente ignorata. Questa storia a metà tra l'allucinante e il kafkiano è importante per capire che cosa c'è di malato nel sistema. Lui ha appena scritto un libro (La tv che non c'è. Come e perché riformare la Rai, edizioni Minimum Fax). Parla, spiega e fa proposte che riguardano soltanto il suo settore di lavoro e l'ente radiotelevisivo pubblico nel quale è entrato trent'anni fa. Ma, tra le righe, quello che ne esce è il quadro - appunto - di un intero sistema-Paese in pessime condizioni. «Che, come la Rai, andrebbe sottratto allo strapotere della politica».

Il libro, che ovviamente non ha avuto alcuna recensione in Rai, sempre pronta a dedicare speciali alle pubblicazioni di cucina e varie amenità di ogni suo collaboratore, sta vivendo una vita curiosa. I dirigenti Rai non ne parlano («Ma mi risulta che lo abbiano letto con attenzione»), però si avvia a diventare una pietra miliare tra studiosi e addetti ai lavori. Come dice nella prefazione Beppe Giulietti, parlamentare, ex giornalista Rai e portavoce dell'Associazione Articolo 21, «se fossimo in un Paese normale o almeno seminormale, i dirigenti della Rai dopo avere letto queste pagine dovrebbero alzare il telefono e ringraziare l'autore e l'editore».

Invece?
«Invece, niente. Solo un consigliere di minoranza della Rai, Giorgio Van Straten, è venuto a una presentazione del libro. Niente anche sul fronte del lavoro. Ho inviato ai miei superiori una trentina di proposte di fiction, docu-fiction e altro. Nessuna risposta. Io, però continuo la mia strada. Ho una grande valvola di sfogo, molto soddisfacente: i giovani. Insegno giornalismo all'università Statale e ideazione e scrittura della fiction al Centro sperimentale di cinematografia».

E ai giovani, oltre alle tecniche del mestiere, che cosa spiega?
«Come nel libro, li metto in guardia dal mutamento genetico in corso nella nostra radiotelevisione pubblica. Che, sempre più, sta somigliando - nelle proposte dei programmi e nella lettura della realtà - alle emittenti commerciali. Il cui scopo è solo di ricavare profitti, intrattenendo gradevolmente il pubblico. Il servizio pubblico, invece, dovrebbe offrire strumenti di conoscenza, di critica, di consapevolezza sociale. Soprattutto in questa stagione di eventi drammatici ma anche appassionanti che stiamo vivendo. E allora, forse, i real movies come i miei, le fiction radicate nella realtà, non hanno più trovato lo spazio che prima avevano».

E giovani che cosa le dicono?
«Sono perplessi e sgomenti. Non si spiegano come a uno a cui è stato dato il più alto compito di insegnamento in questo campo, quello al Centro sperimentale di cinematografia, non venga più permesso di lavorare. Ma altre reazioni che colgo sono tra i miei colleghi. Anche quelli finora più cauti e prudenti, attenti a non andare contropelo all'azienda, cominciano a rendersi conto che il processo di esternalizzazione, cioè il non produrre più all'interno ma comprando programmi già confezionati, metterà a rischio anche il loro posto di lavoro. La Rai sta diventando una Finanziaria: sempre più userà i capitali, che peraltro sono pubblici, per comprare all'estero. Manterrà solo il controllo sui telegiornali perché il potere politico ne ha tutto l'interesse, vuole continuare a poter nominare i direttori, in certi casi lo fa direttamente il Presidente del Consiglio. È la logica per cui da noi si pensa che a rappresentare la società siano soltanto i partiti, mentre invece lo sanno tutti che  una società è molto di più: è l'insieme del mondo del lavoro, delle imprese, della cultura, dell'arte, dello spettacolo, della ricerca, del volontariato, dell'impegno religioso eccetera. Il risultato è che lo stesso presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha ammesso che l'azienda è entrata in una lunga agonia: o cambia o muore. E il responsabile della Commissione parlamentare di vigilanza, Sergio Zavoli, la cui lunga storia dice che è uno che di televisioni se ne intende, conferma che la Rai ha rinunciato al pluralismo e alla credibilità. Persino il capogruppo della maggioranza di governo ha detto alla Commissione che in Rai ci sono dei programmi che gli fanno schifo: non lo dico io, che amo la mia azienda, l'ha detto lui».

Lasciamo ai lettori di scoprire nel suo libro quali sono le sue proposte, molto concrete, per rilanciare la Rai. Qui ci interessa sapere che cosa fa o non fa la Rai per il suo pubblico all'estero.
«Per la Rai e per l'Italia ci sono due "esteri". Uno è quello geograficamente e politicamente inteso, nell'ambito della nuova globalizzazione. Qui la Rai dovrebbe fare uno sforzo maggiore per far conoscere la realtà attiva del nostro Paese, dalle sue qualità e capacità alle sue problematiche e anche alle sue turbolenze. È quello che chiedono tutti gli italiani che vivono fuori d'Italia. Che non si accontentano di spaghetti, moda e calcio. E poi c'è un secondo "estero". È quello che abbiamo in casa: quei circa quattro milioni di stranieri e i loro figli che, se ancora non sono cittadini italiani perché non viene data loro la cittadinanza, lo saranno per forza in futuro. Hanno diritto ad avere una rete digitale per loro, dove tra l'altro insegnare loro la storia, la cultura e la lingua italiana ma che sia anche il luogo dove possono mantenere il contatto con le culture di provenienza. Se non fai vedere i loro film, le loro notizie, le loro storie, rischi che i loro figli diventino una generazione apolide e, quindi, frustrata e priva di una vera identità. Se non ci pensiamo per tempo, lo pagheremo duramente».