A modo mio

Ricchi e democratici

di Luigi Troiani

Domenica scorsa, su La Stampa, Barbara Spinelli ha aperto la prima pagina con un articolo dedicato ai rischi che l'attuale crisi economica farebbe correre alla democrazia in Occidente, segnatamente in Europa. Disabituate al sacrificio, rese edoniste e ad aspettative crescenti, le nostre società in astinenza di crescita si renderebbero disponibili a un baratto: cederebbero quote di libertà per ricevere garanzie sulle quote di benessere. Si andrebbe ancora a votare, scrive l'editorialista, ma nel periodo tra le elezioni i governi verrebbero sottratti al controllo della legge e della società. Il che significherebbe dover convivere con giornali e televisioni che riducono il diritto di cronaca e critica, parlamenti che vedono schiacciata la capacità di obiezione e rifiuto, magistrati che non possono più disturbare il timoniere di turno impegnato nella missione più gettonata dalla comunità, non far finire l'economia nelle secche di recessione, collasso finanziario, disoccupazione.

   L'articolo della Spinelli, stimola a chiederci: c'è questo rischio? E se sì, lo scenario evocato conforta perché promette un futuro migliore o al contrario angoscia evocando situazioni che non vorremmo? La risposta alla prima domanda è un sì rotondo, che si riallaccia al warning, più volte lanciato in questa rubrica, sulla contaminazione tra cattiva economia e politica, ad esempio attraverso l'estendersi della corruzione. La seconda domanda merita una risposta articolata.

   Già Dostoevskij, nei Karamazov, raccontando il ritorno di Cristo e il suo nuovo assassinio da parte del potere, ha illustrato in modo drammatico cosa comporti lo scambio tra la libertà e il pane. Nella concezione russa, l'autocrazia non deve essere disturbata nella sua funzione dispotico-paternalistica, e ogni "eccesso" di libertà va represso perché contrario all'interesse del popolo, che agogna solo al pane quotidianamente ammannito dallo czar di turno. Non accade così nella democrazia, dove chi governa fonda il potere nella constituency che lo ha innalzato alla carica esecutiva, e nel periodo limitato nel quale gli è affidata la gestione della cosa pubblica è chiamato ad accettare il check and balance di altri poteri (parlamento, magistratura, mezzi di informazione, controllo finanziario, etc.), che con il suo concorrono a formare la volontà della nazione.

   Stando così le cose, il tentativo di garantire l'economia mortificando la democrazia e il libero svolgersi della politica liberale, appare, per i regimi democratici, una contraddizione in termini. Giustamente la Spinelli cita le dichiarazioni del direttore di Kathimerini, quotidiano di Atene, sulla ineluttabilità del disastro greco, se corruzione politica e sfiducia nello stato continueranno a farla da padrone. Giustamente la democrazia greca chiede a gran voce una riforma costituzionale che cancelli l'immunità di ministri e deputati di fronte alla magistratura. Non è vero che accrescendo i privilegi del ceto politico, liberando le imprese da ogni controllo si tuteli la crescita economica. Gli scandali finanziari, l'aggressione all'ambiente della BP americana, confermano il contrario.
   Tanto più che l'economia, forte della capacità di comunicazione, è entrata in più casi, l'Italia è l'esempio più eclatante, sul ponte di comando, e da lì dispone e legifera. Il modello cinese, e in genere asiatico, di uno sviluppo senza democrazia è variante moderna di una cultura fondata sul dispotismo. I figli dell'Illuminismo e di Montesquieu, delle rivoluzioni francese e americana, della guerra vittoriosa contro i totalitarismi del Novecento, possono salvaguardare insieme democrazia e arricchimento.