Italiani in America

L’artigiano del lusso

di Generoso D’Agnese

Era il 1970 quando scelse di abbandonare la sua attività, ma in realtà non si separò mai dalla sua passione: l'artigianato dell'oreficeria e la passione per il disegno di nuovi gioielli.
Aveva un nome altisonante Fulco Santo Stefano della Cerda duca di Verdura, che alcune biografie indicano come artista italiano. Lui non si definì mai tale. Amava il suo lavoro e lo considerava il suo prodotto artigianale, semmai opere d'arte destinate ad essere usate, ma mai nate per rimanere soltanto in una vetrina o in una mostra. Eppure fu osannato come il maestro dell'arte orafa del Novecento, l'equivalente di Valentino nell'alta moda.

Nato a Palermo il 20 marzo del 1898, figlio di Giulio Santo Stefano della Cerda, Duca della Verdura e di Carolina di Valguarnera, Fulco rappresentò per il padre un nome cui tramandare il titolo nobiliare: i duchi di Verdura avevano vissuto in prima persona l'epopea fissata su carta dal cugino Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo" e il giovane crebbe in un mondo dorato che si avviava al suo tramonto.
Uomo di antico lignaggio blasonato, il Conte di Verdura amava alle dissertazioni il gioco dei cavalli e le donne e per questi due grandi amori sacrificò alquanto volentieri i suoi doveri coniugali. Alla morte del padre, con il denaro rimastogli organizzò uno spettacolare ballo a Palazzo Verdura, ricordato come fra i più belli di quegli anni e a cui parteciparono principi e aristocratici di tutta Europa.

Fiero dei suoi titoli nobiliari in una Palermo che non aveva molte simpatie per i giovani nobili dotati di buon gusto artistico ma pochi soldi, il giovane siciliano decise di trasferirsi a Parigi, dopo aver speso le ultime risorse di un patrimonio familiare inesorabilmente dilapidato dal padre.
Nella vivacissima capitale francese, vera e propria musa ispiratrice dei primi anni del Novecento, Fulco si aggregò ai tanti cuori trafitti dal genio dell'arte.
Intenzionato a sfondare nella pittura, venne invece presentato dall'amico musicista Cole Porter  a Chanel e per l'intuitiva stilista iniziò a lavorare come disegnatore di stoffe. Coco Chanel  era una donna dotata di grande fascino: i suoi amanti (tra i quali il duca di Westminster) navigavano nell'oro regalandole gioielli a profusione, pietre preziose destinate a rimanere per lungo tempo nelle casseforti della stilista. Ma anche era dotata anche di grande intuito per gli affari e per le persone.
La geniale francese aveva intuito nel 1926 le qualità di quel giovane siciliano dalle origini nobili e lo aveva voluto fortissimamente nella sua azienda, pittore in erba strappato ad una grigia carriera artistica e consegnato all'arte applicata.

Decise di affidargli il compito di disegnare un'intera collezione di gioielli sul principio innovativo della perfetta intercambiabilità degli stessi con la bigiotteria. Nella testa della creatrice francese balenavano nuovi segmenti commerciali da sfruttare, in quella di Fulco invece emerse la consapevolezza di aver trovato la propria strada professionale.
Alla corte di Chanel il giovane artigiano palermitano visse fino al 1934. In quell'anno egli decise di trasferirsi negli Stati Uniti insieme all'amico Nicolas de Gunsburg, un barone russo che sarebbe diventato direttore di Town and Country. Raggiunta la California, Fulco di Verdura ottenne un incarico da Paul Flato, famoso gioielliere per miliardari e attrici di Hollywood, per il quale gestì il suo negozio sul Sunset Boulevard; in quello stesso anno l'italiano realizzò con il marchio di Flato i monili per la Hepburn. Il nome dell'aristocratico artigiano dei gioielli, nonostante fosse un dipendente, iniziò a circolare negli ambienti benestanti degli Stati Uniti, e non altrettanta fortuna ebbe invece il suo promotore, che incappò nelle maglie della giustizia per il vizietto di sostituire le pietre di valore affidategli dalle clienti con altre di minor prezzo.

    Uscito completamente indenne dallo scandalo, Fulco di Verdura si trasferì a New York, e aprì una propria attività sulla Fifth Avenue, in una suite già appartenuta a Cartier, e trovando finalmente il giusto riconoscimento alle sue numerose intuizioni artigianali. Se a Parigi fu il primo a riprendere l'antica arte di pressare le gemme in un corpo d'oro, a New York il palermitano trasformò i motivi classici (corde, bastoni, monete) in gioielleria popolare. Adoperò sassi semipreziosi, perle barocche, conchiglie comprate al museo di storia naturale, per farne straordinarie spille, gemelli, orecchini; egli inoltre adoperò con straordinaria abilità legno, smalto e cuoio, per crearne autentici capolavori  intrisi di quell'inconfondibile opulenza siciliana e dai colori forti del Mediterraneo. Il suo nome iniziò a decollare verso i vertici della società mondana americana e per nomi illustri (tra gli altri Greta Garbo e la duchessa di Windsor) realizzò numerosi pezzi unici. La tiara per un'ambasciatrice americana, creata come un copricapo di penne indiano rimane ancora oggi un'opera unica nel suo genere.
Tra le sue geniali creazioni assurse a  capolavoro anche  il turbante Verdura , composto da una conchiglia naturale inchiodata da peridoti e turchesi.

Riconosciuto talento della gioielleria, Fulco di Verdura non dimenticò mai le sue origini e spesso ritornò in Italia per passare le proprie vacanze a Panarea, quando l'isola era ancora una vera e propria perla del Mediterraneo. E non riuscì neanche ad amare il suo tempo in tutta la sua modernità. Fulco sosteneva, a chi gli chiedeva un parere sul suo lavoro, di aver vissuto in un'epoca terribile per i gioielli perché le donne erano diventate sportive e dinamiche e quindi poco adatte  a capirne le finezze, con i loro vestiti troppo scollati, troppo semplici e troppo disinvolti.

    Il suo talento artigianale strappò decine di copertine alle riviste patinate dell'epoca. La leggendaria direttrice di Vogue, Diana Vreeland, pubblicò numerose volte le creazioni di Fulco sulle proprie prime pagine, innescando ogni volta una vera e propria processione nel laboratorio del siciliano. I Vanderbilt, William R. Hearst, Henry Ford II, Rita Hayworth, Clare Boothe Luce passavano regolarmente nel suo studio per ordinare creazioni uniche e inimitabili, chiamandolo nel contempo a sedere nei loro salotti buoni. Fulco di Verdura non deluse mai i ricchi signori della società americana, neanche nei pranzi e nelle cene ufficiali, dove egli venne eletto unanimamente come la persona più fine tra i presenti. La classe di Fulco si trasmise anche al particolare vezzo dell'amico Cole Porter, per il quale egli creò meravigliosi portasigarette d'oro che la moglie regalava al marito il giorno della prima di ogni suo show.

Fulco di Verdura non si sposò mai e non ebbe figli. Con lui si estinse la casata dei Santo Stefano della Cerda. Diede però il suo contributo all'immortalità dell'aristocrazia siciliana, collaborando con Luchino Visconti nella sceneggiatura del film "Il Gattopardo".
    Nel 1970, nonostante la fama e il successo economico, Fulco scelse di lasciare la sua attività e il suo nome al socio americano e di riattraversare l'Atlantico per fermarsi a Londra, a Eaton Place. Fulco di Verdure ritornò al suo primo hobby e iniziò a dipingere minuscoli paesaggi su pietre calcaree, piccole opere d'arte che oggi fanno parte del collezionismo di rarità. Nel 1976 pubblicò  "The Happy Summer Days", un suo libro di ricordi infantili passati nella villa Niscemi (sopra Palermo) regalando ai suoi estimatori l'ultima gemma della sua lunga e laboriosa vita. L'ex aristocratico palermitano, creatore di un piccolo grande patrimonio artigianale d'arte, morì due anni dopo, portando con sé la genialità di un artista capace di modellare il bello. Le sue ceneri, su suo espresso desiderio, vennero portate a Palermo e conservate nella tomba di famiglia, nel cimitero di Sant'Orsola.