A modo mio

“Birds” da un altro firmamento

di Luigi Troiani

ubblicazione gonfia di informazioni, foto d'epoca, dati bibliografici e biografici, quella che la musicista, musicologa e critico musicale napoletana Simona Frasca, regala agli appassionati di musica e di storia del costume: "Birds of passage, i musicisti napoletani a New York (1895-1940)". Il libro si fa apprezzare per tanti buoni motivi. La chiarezza espositiva si sposa alla semplicità del linguaggio, indici della padronanza dell'argomento da parte dell'autrice. La ricerca paziente dei dettagli sui protagonisti, attraverso documenti, interviste dirette, citazioni, da un lato ricostruisce l'autenticità storica dei fatti, dall'altra fornisce brio e vitalità a un testo non necessariamente "facile" che proprio per questo diventa godibile anche per i non addetti ai lavori.
   Di Napoli e della sua canzone si è scritto e si continua a scrivere molto. Non altrettanto di come quella realtà culturale abbia travalicato il mare insieme ai migranti vesuviani per andare, con altre esperienze etno-musicali, a generare musica canzone e danza nel nuovo mondo. E di come si sia creato, nella prima metà del Novecento,  un ponte attraverso il quale, con il movimento pendolare evidenziato dall'autrice di "Birds", artisti napoletani e americani andavano e venivano tra le due sponde atlantiche, e napoletani divenuti italo-americani tornavano a casa all'ombra del Vesuvio dopo le stagioni di attività americane. A questo deficit storico e critico, il libro di Frasca dà una risposta che è frutto di lunghi anni di studio e ricerca.
  Correttamente le duecento e passa pagine del testo edito dalla Libreria musicale italiana di Lucca, fermano l'indagine e il racconto all'inizio del decennio bellico, periodo nel quale viene identificata la "cesura temporale" ... che "delinea un prototipo etnico che non è più il semplice accostamento dei due termini, italiano e americano, ma qualcosa di nuovo". Quel prototipo è l'italo-americano, un soggetto che nella scena musicale, come in quella della politica e degli affari, opta per esprimersi come americano tout court, pur nelle caratteristiche mediterranee (la pelle "scura", l'inflessione dialettale dell'inglese, l'appartenenza alla famiglia e al gruppo, etc. ) imposte dalle origini. Sarà boogie-woogie, jazz di consumo, e oggi l'hip hop di strada e il ribellismo dei cento gruppi del disagio arrabbiato italiano (e nero, e latino) del vasto suburb americano. Perché nel frattempo l'affermarsi dell'Italia negli anni Ottanta come potenza economica e culturale, dava nascita al composito ceto intellettuale e sociale fautore di una terza identità storica della nostra diaspora in America: l'italiano americano, un "bis in idem" di complicata gestione che neppure la crisi italiana degli ultimi due decenni ha rimosso.
  Napoli, in questa vicenda, è centrale, e bene fa Simona Frasca ad evidenziarlo, attraverso il richiamo al legame della capitale del nostro sud con figure esemplari come Caruso, Carnera, Giuseppe De Laurentiis; con esperienze di comunicazione come "La Follia di New York", la "Victor Talking Machine Company", l'opera e l'operetta, il vaudeville etnico, il macchiettismo, le etichette discografiche e le radio italo americane. Napoli ha dato al nostro paese, e trasferito in America, l'unica forma di musica popolare colta locale, sedimentazione lunga almeno mezzo millennio, correttamente in rivalutazione nei nostri tempi di World Music e di travaso di musica popolare nel jazz d'avanguardia e nel progressive rock. Grazie al lavoro di Simona Frasca, in molti potranno ora rendersene conto.