A modo mio

Reporter di razza

di Luigi Troiani

Tre sere fa a Roma, per la chiusura del ciclo "Lezioni di giornalismo", l'Auditorium ha offerto l'intervista al collega che ha scritto, con Bob Woodward, una delle pagine più pesanti del giornalismo del secolo XX, l'inchiesta Watergate. Carl Bernstein ha sessantasei anni. Ne aveva ventotto quando, nel 1972, mise in piazza le azioni illegali disposte da Nixon per spiare i democratici, innescando il processo istituzionale che avrebbe condotto a un passo dall'impeachment e quindi alle dimissioni dell'agosto 1974. Al pubblico di Roma è apparso pienotto e in forma, diretto e sincero nel confronto con l'uditorio cui ha lasciato pochi ma precisi concetti.

   Fare il reporter, per Bernstein, è cercare il fatto e trasferirlo in "notizia", con un atteggiamento scevro di pregiudizi, dedito alla ricerca di una verità il più obiettiva possibile. La notizia il bravo giornalista non se la fa imporre né dal direttore né dalla proprietà, perché nessuno più di lui le è "vicino", può conoscerla e controllarla. L'inchiesta iniziata con la denuncia dell'effrazione nel centro congressi Watergate di Washington da parte di uomini del presidente, fu possibile, secondo Bernstein, perché l'incastro istituzionale statunitense accettò la funzione sociale e politica della "notizia" data dal duo Bernstein Woodward. Il sistema funzionò a meraviglia, dall'editore del Washington Post che appoggiò il lavoro dei giovani reporter fino allo stesso Nixon, compreso che i meccanismi della democrazia lo avrebbero schiacciato se non si fosse fatto da parte. Guardando al presente, il protagonista di "Tutti gli uomini del presidente" è certo che quell'incastro istituzionale da decenni sia inceppato, che gli interessi di parte prevalgano sulla ricerca della verità. Un po' ovunque la "notizia", come creatura del reporter tradizionale, stenta a trovare spazio, compressa tra gli interessi di parte e le ragioni di un web che deve essere veloce e intercambiabile.

   Come esempio, Bernstein cita i repubblicani e i giornalisti "open minded" alla Fox News (!) che accusano la riforma sanitaria di Obama di trasformare gli Stati Uniti in paese socialista, dimenticando che un presidente repubblicano, Nixon, intendeva andare nella stessa direzione e che nel Massachusetts  proprio un repubblicano stabilì regole per la sanità sul tipo di quelle varate da Obama. Un atteggiamento diverso, nota il giornalista, è riscontrabile nella stampa cattolica americana rispetto ai casi di pedofilia nelle gerarchie ecclesiastiche e al coinvolgimento di figure chiave della Santa Sede, papa incluso, magnificando l'obiettività con cui il Boston Globe e il settimanale dei vescovi americani, National Catholic Reporter, hanno fatto degli abusi una notizia.

   In quanto all'Italia, che conosce e ama, Bernstein ha confessato di considerarla in una "situazione estrema"  e di "grandissimo pericolo"; e di ritenere un "mistero" il comportamento dei connazionali che mostrano di "volere o comunque di essere disposti a sopportare" un presidente del Consiglio padrone dell'informazione. Concludendo che i nostri giornalisti dovrebbero girare il mondo per capire come sia ovunque negativo il giudizio sull'inquilino di palazzo Chigi. Una battuta finale sul gossip come forma infima di giornalismo, e sugli eccessi di tolleranza ai quali ci stiamo abituando, sino a "non indignarci più abbastanza".

   Alle 10,04 del 23 giugno 1972, Nixon nel suo studio pronunciò la seguente frase: "Non mi frega un c... di quel che succederà. Voglio che tutti i miei uomini facciano muro, neghino sempre tutto, tutto. Lasciate che gli altri gridino allo scandalo, invochino la Costituzione o quello che gli pare. Negate tutto". Thank you Carl (and Bob) for getting rid of that guy.