A modo mio

Ma che impiccioni!

di Luigi Troiani

Non è la prima volta che Washington si fa pizzicare a spulciare, in casa europea, informazioni utili alle sue strategie militari e probabilmente economico-commerciali. Accadde già con Echelon, il sistema satellitare informativo che, complici i cugini britannici, forniva il grande orecchio attraverso il quale la potenza americana si rendeva capace di ascoltare, nel vecchio continente, conversazioni supportate elettronicamente. Si replica con il caso Swift, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, registrata in Belgio, che gestisce il sistema informativo sulle operazioni finanziarie transfrontaliere di imprese e cittadini europei.

   L’affaire ha radici nell’offensiva anti-terrorismo che i corpi statunitensi scatenano dopo l’11 settembre. Governo e servizi d’oltreoceano chiedono agli europei di mettere a disposizione la documentazione elettronica utile a combattere l’attacco dell’estremismo islamista, e sbirciano indisturbati dentro la filiale statunitense dell’europea Swift. Nel luglio 2009 si sa che, per modifiche nella struttura Swift, che istituisce in Svizzera il centro di stoccaggio dati, tra le sponde atlantiche si negozia un accordo interinale a garanzia dell’accesso americano ai dati della società. Washington è tranquillizzata da Consiglio (organo formato dagli stati membri dell’Ue) e Commissione (organo sovranazionale), sino a garantirsi un "permesso" ufficiale in scadenza il prossimo autunno.

   Evidentemente Washington e Bruxelles hanno dimenticato che, con il nuovo trattato sull’Unione  (in forza da dicembre), il Parlamento europeo, che nel frattempo manifesta il suo disappunto, può bloccare tutto. Così avviene: l’11 febbraio. L’unico organo dell’Unione eletto a suffragio universale mena un sonoro ceffone alle altre istituzioni unionali e all’alleato americano, vietando il funzionamento dell’accordo euro-statunitense. Jeanine Hennis-Plasschaert, parlamentare liberale olandese relatrice del dispositivo di voto, eroina della vicenda, ha buon gioco nel denunciare l’attentato esterno alla privacy dei cittadini europei, la mancanza di proporzionalità rispetto alla sicurezza ricercata, la paradossale assenza di reciprocità in fatto di trasferimento e conservazione di dati finanziari tra americani ed europei.

   La contundenza del voto d’aula, 378 contro 196 e 31 astensioni, avrebbe dovuto consigliare la diplomazia statunitense a non insistere, concentrandosi sulla revisione dell’accordo. Il Parlamento europeo, infatti, ha condiviso il principio della richiesta di Washington, chiedendo di rispettare il diritto dei cittadini dell’Unione alla protezione delle informazioni personali, e di limitare la raccolta ai dati attinenti il terrorismo garantendo un "giusto equilibrio" tra misure di sicurezza e tutela delle libertà civili. La rappresentanza statunitense presso l’Ue ha preferito polemizzare,  non solo esprimendo delusione, ma dichiarando che "la decisione danneggia un importante programma antiterrorismo". A noi sembra piuttosto una lezione storica per Usa e governi dell’Unione: "cave canem", da adesso attenzione al watchdog parlamentare di Strasburgo.

   E però Washington ha ragioni da vendere nel recriminare. Gli europei pretendono la tutela dei servizi e delle forze armate statunitensi, per poi mettere limiti al loro operare. Ponga, il parlamento europeo, ai governi dei paesi membri la questione politica della difesa e della sicurezza europea, non certo risolta dalla creazione dell’evanescente Pesc, Politica estera e di sicurezza  comune.