A modo mio

Gran donna, grande artista

di Luigi Troiani

Il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles espone sino al 18 aprile “Frida Kahlo y su mundo”, 26 tra quadri e disegni, più due serie di diapositive su vita e produzione dell’artista. La mostra  fa parte del ciclo di manifestazioni dedicate al Messico, inaugurato a metà gennaio. Il caso ha voluto che qualche giorno prima di recarmi per lavoro a Bruxelles, abbia voluto rivedere il film che su Frida ha girato nel 2002 Julie Taymor, con un cast di tutto rispetto: Salma Hayek, Alfred Molina, Antonio Banderas, Valeria Golino. Due ore intense, effetti speciali per nulla banali, una fotografia fortunatamente all’altezza del tema trattato. Quella gran donna si impone da sempre all’attenzione: avanti con il bis imprevisto.

Vita e opere sono inestricabilmente avvinghiate nel caso di Frida Kahlo. E vita sta soprattutto per storia di un corpo che soffrì l’infanzia poliomielitica, fu devastato in tarda adolescenza da un micidiale incidente, subì da adulta il martirio continuo di interventi chirurgici e terapie invasive, oltre alla pena di gravidanze volute e mai portate a termine. Non casualmente più di un terzo dei quadri dell’artista sono autoritratti (cominciò in trazione nel letto d’ospedale, guardando allo specchio come era ridotta), spesso tragici nel loro disvelare l’interiorità tagliuzzata dell’autrice. Quando il soggetto esula dalla storia personale, l’occhio coglie la drammaticità della vicenda messicana, sforna quadri che appaiono come ex voto rappresentativi della situazione del popolo e della gente comune. Nel film di Taymor, il futuro marito Diego Rivera, richiesto di un giudizio dice che la ragazza Frida dipingeva da dentro l’intimo delle persone e delle situazioni. Lei lascerà scritto: “Non ho mai dipinto sogni, ho dipinto la mia propria realtà”.

  Figlia di un ebreo ungaro-tedesco e di un’india ispanica, la ragazza Magdalena Carmen Frida, la gamba destra atrofizzata e accorciata da quando ha sei anni, è indipendente e volitiva, sceglie gli studi di medicina per curarsi da sé e civetta con maschi e femmine. Nelle foto di famiglia e di scuola (siamo ad inizio Novecento!) si fa ritrarre con capelli cortissimi e abbigliata da maschietto. Il destino l’aspetta ancora ai diciott’anni  massacrandola nello scontro tra un bus e un tram. Ha ventuno anni quando s’iscrive al partito comunista. L’anno dopo sposa l’affermato pittore Diego Rivera, al quale aveva portato, sfrontata, i suoi dipinti per un giudizio. Lui ha il doppio d’età ed è obeso, con reputazione di gran donnaiolo. Innamorata, accetterà tutto, non il tradimento con la sorella Cristina. I due divorziano nel 1939, dopo che lei lo ha ripagato da par suo, portandosi a letto il vecchio Leo Trotsky e facendosi concupire da affermate prime donne come Tina Modotti e Josephine Baker. Un anno dopo Diego e Frida sono di nuovo sposi. Quando sua moglie farà la prima personale, impossibilitata a camminare e con la gamba destra ormai lontana, il celebrato Rivera ne tesserà in pubblico l’elogio: l’impenitente Frida, peraltro, arriva con un’ambulanza e si accomoda nel suo letto a baldacchino al centro della mostra.

   Sopra il disegno di un angelo nero, scrive nel diario, alla vigilia della morte che la coglie nel 1954: “Spero che la fine sarà gioiosa, e spero di non tornare mai più”. Aveva amato profondamente il suo paese e il suo uomo. Non si era mai arresa, neppure quando tirava avanti con alcol e droghe, e l’anoressia la costringeva a farsi alimentare a forza.