A modo mio

Anglo-Saxons don’t like Pigs

di Luigi Troiani

 Al convegno di Davos, appuntamento invernale dei grandi della Terra, è andata in onda una singolare tenzone tra due gruppi rappresentativi di interessi e modelli socio-economici diversi: in lizza anglosassoni e sud-europei. Economie come quella statunitense e soprattutto britannica, benché ancora febbricitanti dopo il knock out finanziario dello scorso biennio, hanno messo sotto accusa le difficoltà di Grecia, Spagna e Portogallo, dimenticando che gravi problemi hanno afflitto recentemente nordici come Islanda e Irlanda. Il capo del governo spagnolo Zapatero ha dovuto ricordare agli inglesi l’aiuto del Banco Santander alle banche britanniche in difficoltà, e le misure già assunte da Madrid per risistemare i conti pubblici.

     In prima fila i soliti Financial Times ed Economist, puzza Wasp sotto il naso e tanta voglia di suonarle a quegli sconsiderati di Mediterranei, in difficoltà con i bilanci pubblici ma per nulla disponibili ad intaccare lo stato sociale. In realtà sotto schiaffo è l’euro, il cui successo Londra non ha mai digerito, e Washington sempre temuto. La crisi greca, obiettiva e pesante come si vedrà da alcuni numeri, è stata utilizzata per mettere in dubbio la capacità della valuta europea di reggere i comportamenti deleteri di uno o più membri dell’euroclub. Il primo ministro Papandreou finisce per avere ragione, quando accusa “certi interessi politici o finanziari” di servirsi delle sue difficoltà per attaccare la zona euro.   

   La Grecia è obiettivamente in cattive acque; l’avevamo detto mesi fa in questa rubrica senza attendere i gufi di Londra. Il debito pubblico è al 130% del Pil, il budget 2009 ha segnato un deficit equivalente al 9,3% del prodotto interno lordo e quello 2010 è previsto intorno al 13%, si consumano troppi beni di importazione e non si ha capacità di esportare, i bond ellenici hanno un tasso superiore di 7 punti agli equivalenti tedeschi innalzando ulteriormente la piramide di interessi da onorare. Il Cds (polizza assicurativa contro il rischio di mancato pagamento) per crediti Grecia è dieci volte più costoso del corrispondente tedesco. La situazione è tale che si dice Atene abbia bussato ai fondi sovrani cinesi, chiedendo tra gli 8 e i 35 dei 2.500 miliardi di dollari della riserva valutaria di Pechino, per fare cassa alla vigilia di pagamenti in scadenza.

     Le istituzioni greche garantiscono di star correggendo lo sconsiderato andazzo dell’ultimo decennio. Il parlamento ha votato una manovra pesantissima per riportare entro due anni il deficit del budget sotto il 3% del Pil. Papandreou sostiene di non aver bisogno di prestiti e di non soffrire di liquidità. La Commissione europea, da parte sua, nelle prossime settimane avvierà le procedure di vigilanza previste dal patto di stabilità, a salvaguardia dell’Unione economica e monetaria. La discesa del cambio dell’euro, effetto della crisi greca, sta comportando cadute nei valori del risparmio e degli investimenti di cittadini e imprese europee.

   Quanto accade all’ombra dell’Acropoli ha, tra gli altri effetti, quello di peggiorare l’immagine dei membri mediterranei dell’Ue. Circola a Bruxelles un preoccupante acronimo, Pigs (sta per Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). L’accenno al rubicondo grugnente quadrupede la dice lunga sui pregiudizi che nel centro-nord europeo si alimentano da crisi come quella spagnola e portoghese oltre che greca, e dall’incapacità italiana di uscire dalle secche di corruzione e non sviluppo.