A modo mio

Italiani nel mondo: brava gente

di Luigi Troiani

La Conferenza episcopale italiana, Cei, annovera tra gli strumenti di eccellenza con i quali opera, la Fondazione Migrantes. I suoi rapporti, redatti con il contributo di Caritas, costituiscono riferimento obbligato per chiunque si occupi di emigrazione italiana, sotto i profili statistico e sociologico. Basati sui profili forniti dall’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, e su ricerche proprie, i volumi di Migrantes cominciano a ricevere l’attenzione che meritano da parte delle autorità civili, oltre  a quella tradizionale delle gerarchie ecclesiali. Il libro sull’anno appena chiuso, il quarto della serie, ben rappresenta alcuni aspetti della vitalità e creatività delle nostre comunità nel mondo, ad esempio quando si sofferma sull’apporto delle diverse regioni, o espone casi come i “retornados” brasiliani, la mobilità degli studenti universitari, la comunità radiotelevisiva italofona, la religiosità popolare e la superstizione di nostri insediamenti.

  La presenza italiana all’estero iniziò ad assumere dimensioni di massa dopo l’Unità. Le testimonianze stanno soffrendo, con il nuovo secolo, i colpi del tempo. Sono scomparsi i primi protagonisti e i loro figli, iniziano a registrarsi ampi varchi anche nelle terze generazioni. La gran parte dei discendenti si è integrata, conosce poco e male la lingua degli avi, torna sempre più di rado nel paese di origine salvo sporadici “viaggi del ricordo”, manifestazioni di affettività epidermica e non di consapevolezza o partecipazione alla vita comunitaria. In queste condizioni, lo sforzo di organizzazioni come Migrantes, da un lato contribuisce a rendere meno confusi i contorni storici e socio-economici della presenza italiana nel mondo, dall’altro fornisce la base per opportune scelte che i governanti, a tutti i livelli, sono chiamati a prendere.

   E’ passato un secolo da quando (la citazione è dall’introduzione al libro, di mons. Piergiorgio Saviola), nel 1912, Gaetano Godino, figlio di italiani,  fu accusato e processato a Buenos Aires per diverse stragi di bambini e neonati. Di fronte all’efferatezza della tecnica utilizzata in quei crimini, il prof. Cornelio Moyano Gacita, scriveva sugli italiani: “La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c’è il residuo di un’alta criminalità di sangue”.

Sorvolo sul “libero, inventivo e artistico” utilizzo da parte dello studioso argentino di termini come “scienza” e “sangue”, solo perché vi devo l’altra citazione, di fonte statunitense, sui connazionali emigrati dal nostro meridione: “… gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano”. Posizione che, a scanso di equivoci, così era completata: “… Tranne i polacchi, non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili”. Se non si parte da quei pregiudizi e dalla condizione che ne derivava agli emigrati, non si può apprezzare come merita la curva di avanzamento sociale, culturale ed economico, realizzata dai nipoti e pronipoti dei connazionali in cerca di un tozzo di pane in terra straniera, abbandonati da Roma al loro destino, discriminati nei paesi di destinazione dai ceti e dalle etnie dominanti.

   Grazie alla loro progressione storica, l’Italia contemporanea dispone, senza alcun merito delle classi politiche e dei ceti dominanti succedutisi nel tempo, di una diaspora ramificata in ogni angolo del globo (lo si è visto in questi giorni nella terribile vicenda di Haiti) che attribuisce alla nostra economia e alla nostra cultura opportunità di lavoro transnazionale che è una ricchezza ancora poco e male utilizzata. E’ “identità diasporica” tutta da valorizzare, terreno sul quale è auspicabile si gettino con impegno le giovani generazioni italiane nate dentro e fuori dai confini nazionali.