A modo mio

Amore e ragione per la fede

di Luigi Troiani

 l'apparizione sulla prima pagina del laicissimo parigino "Le Monde", nel dicembre di dieci anni fa, del "punto di vista" dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger, fece scalpore. Tanto più che l’articolo era un estratto dalla conferenza data dall’attuale papa alla Sorbona pochi giorni prima, nell’ambito del colloquio "2000 anni dopo cosa?". Attenzione e cura dell’autorevole quotidiano verso il contributo pontificio furono tali, che prima del risvolto in diciottesima pagina, il testo veniva chiosato dal giornalista e filosofo Dominique Dhombres. Sempre sulla tecnica di comunicazione adottata dal giornale, il titolo esibiva un cautelante punto interrogativo ("Verità del Cristianesimo?") che ovviamente l’autore, in posizione di credente e garante istituzionale della vera fede, non aveva neppure immaginato.

   Tanta inusuale considerazione nasceva da due fatti. L’allora custode di tradizione e dottrina della Chiesa romana si offriva in dialettica aperta nel tempio del pensiero laico moderno. Si esponeva, in particolare, sulla questione centrale dall’illuminismo in avanti, della demarcazione tra Chiesa e società europea irreligiosa: il rapporto tra fede e ragione. Evidentemente la tesi esposta alla Sorbona doveva aver convinto a fornire ulteriore spazio al pensiero di Ratzinger, così da ribadire per la grande platea di "Le Monde" i passaggi rilevanti del testo presentato nel più ristretto ambito accademico.

   Contro il relativismo culturale che mette ogni credo sullo stesso piano in quanto espressione di culture e religiosità diverse e tutte altrettanto degne, l’allora cardinale argomenta sul perché il cristianesimo debba continuare a proclamarsi la vera religione, e perché questa pretesa sia confortata dalla ragione. Lo fa in opposizione agli dei falsi e bugiardi degli inizi e al modernismo e scientismo contemporanei. Agostino, cita Ratzinger, riprendendo l’analisi del "più erudito dei romani", Marco Terenzio Varrone (116- 27 a .C.)., non esita a collocare il cristianesimo nella "teologia fisica" ovvero nella "razionalità filosofica", facendone il fecondo sviluppo della razionalità filosofica più che un aggiornamento delle formule religiose basate sui miti e le immagini.   Tradizione biblica e patristica, richiama il relatore alla Sorbona, congiurano nel dichiarare il cristianesimo una ricerca del divino intimamente legata all’analisi razionale della realtà. Da qui la consapevolezza di conoscenza e verità che il futuro papa invita a riconoscergli.

   L’altro passaggio avviene nell’affermazione che il Dio vero è conosciuto anche come soggetto che si rivolge all’uomo, per incontrarlo in una storia d’amore che si svolge nel tempo e che trova l’acme nel Natale del Figlio. Logico che il cristiano sia spinto da questa consapevolezza a praticare la caritas dettata dal Vangelo, verso i poveri e i deboli, fuori di ogni limite e condizionamento. Qui Ratzinger chiude il cerchio: la coincidenza tra amore e ragione diviene "il fondamento vero e il fine di tutto il reale". Fa un certo effetto, richiamando dieci anni dopo questa lezione, pensare che a Ratzinger, nel frattempo divenuto papa, l’università romana La Sapienza (sic) ha negato l’accesso.