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Published on Oggi 7 (http://www.oggi7.info)

FOTOGRAFIA/Francesca e il suo corpo

di Alfonso Francia
Creato 11/29/2009 - 11:00

Il guaio con Francesca Woodman è che certi luoghi comuni sembrano fatti apposta per raccontarne la storia. Quando si parla di un'artista morta suicida ad appena 22 anni, che nella sua carriera ha realizzato quasi esclusivamente autoritratti fotografici, la tentazione di rispolverare le solite ovvietà sul narcisismo adolescenziale e il talento bruciato è quasi irresistibile. Ma liquidarla come una Janis Joplin con macchina fotografica significa fraintendere completamente il lavoro di una delle artiste più singolari degli ultimi trent'anni.

Ogni volta che si ha sotto gli occhi uno scatto di Francesca, basta un istante per capire che è opera sua. Il suo stile non è confondibile con quello di nessun altro artista. Fatto notevole, considerando che durante la sua breve carriera la giovane sviluppò appena 300 foto, 114 delle quali sono presenti a Siena nella mostra che le è stata dedicata a Santa Maria della Scala, aperta fino al 10 gennaio.

Nata nel 1957 a Denver da una famiglia di artisti (il padre George era un pittore, la madre Betty una ceramista), conosceva l'Italia già da bambina: vi trascorreva le vacanze estive e frequentò a Firenze la seconda elementare. Visse inoltre un anno a Roma per seguire i corsi europei della Rhode Island School of Design, per poi far ritorno a New York, dove nel 1981 si tolse la vita gettandosi da un palazzo. Il suo lavoro oggi dovrebbe essere dimenticato - tenendo conto che in vita Francesca pubblicò una sola collezione di fotografie - ma negli ultimi anni l'interesse intorno a questi ritratti si è moltiplicato fino a conquistare esposizioni a Parigi, Berlino, Roma e ora Siena. Per orientarci in quest'ultima mostra abbiamo chiesto aiuto a Marco Pierini, che ne è il curatore. La sua prima preoccupazione, ci spiega, è stata la completezza.

«Ci siamo sforzati di scegliere foto che rappresentassero tutta la sua produzione nella maniera più equilibrata possibile. Si potranno ammirare anche opere rare: ne abbiamo dieci che non hanno mai fatto parte di alcuna esposizione».

Raccoglierle non è stato difficile.
«Le abbiamo ottenute tutte dalla famiglia, che ha creato una fondazione per gestire la sua eredità artistica. Solo una delle opere ospitate proviene da una collezione privata».

Ha richiesto invece qualche fatica la disposizione delle foto scelte.
«La successione dei ritratti - chiarisce Pierini - non segue un ordine cronologico; avrebbe avuto poco senso considerando i pochi anni di attività di Francesca. Abbiamo preferito raccoglierli per temi: gli autoritratti, gli interni e la natura».

Non si può non notare che, tra i 114 scatti, sono pochissimi quelli in cui Francesca non compare.
«È vero - riconosce Pierini - ma ciò non è dovuto a smania di protagonismo. Lavorava su di sé utilizzando il corpo come uno strumento. Lo considerava un elemento della natura in relazione con l'ambiente, un oggetto tra altri oggetti. Il suo corpo fa insomma parte del tessuto delle sue foto, non diventa protagonista. Non a caso appare spesso confuso o nascosto tra la terra, le radici degli alberi, l'intonaco dei muri. Uno scatto bellissimo la vede parzialmente ricoperta da un tronco, forse per riprodurre la metamorfosi ovidiana in albero. Questo ci ricorda che Francesca, anche se così giovane, aveva una cultura personale molto solida. Basti pensare che ad appena vent'anni aveva letto per intero "La ricerca del tempo perduto" di Proust. Certo non era cosa da tutti».

È proprio questa precocità di Francesca a stupire, talvolta perfino a intimidire.
«È vero, era un'artista matura già da giovanissima. Vedendo i suoi primi scatti, realizzati quando aveva 13 anni appena, notiamo che la sua poetica era già sostanzialmente formata. È incredibile, a quell'età è già difficile essere padroni delle tecniche da usare».

In quella foto realizzata a 13 anni, presente nella mostra senese, c'è già tutta l'arte di Francesca: il volto nascosto tra i capelli, la predilezione per gli interni domestici abbandonati e sfatti, la sensibilità nell'uso della luce.
«Per lei era fondamentale. È la luce che conferisce alla figura quel particolare senso di apparizione che ammiriamo nel suo lavoro. Alcuni amici ancora la ricordano, quando andavano a trovarla, mentre se ne stava buttata nuda in un angolo della stanza, in attesa della luce giusta per fare le foto».

Neanche si può supporre che la sua tecnica sia stata influenzata dagli artisti che frequentava o dalla cultura italiana.
«Di certo aveva una grande passione per il surrealismo e conosceva benissimo la nostra storia dell'arte. Ma dal punto di vista artistico questi contatti non furono importanti, il suo lavoro non risentì molto dell'ambiente nel quale lavorava: lei andava per conto suo. Certo sapeva sfruttare gli ambienti nei quali si trovava, e ad esempio a Roma usava alcuni palazzi antichi come set fotografico, ma non ci sono grosse differenze tra i suoi scatti italiani e quelli americani».

A questo punto non si può sfuggire ai luoghi comuni e chiedersi cosa avrebbe potuto creare un'artista tanto dotata se non si fosse tolta la vita.
«Certo non ha molto senso farsi queste domande - ammette Pierini -, ma è possibile immaginarla alle prese con dei video. Ne realizzò alcuni come esercitazione per i corsi che seguì a Providence. Girò in tutto dieci video, ma cinque sono rimasti inediti perché la famiglia non li considera importanti. Si tratta in realtà di versioni diverse dello stesso progetto. Ci sono utili soprattutto perché in queste immagini filmate Francesca riprende le fasi di montaggio di uno dei suoi set fotografici. Si tratta di un documento importantissimo per capire come lavorava».


Resta solo da capire come abbia fatto una studentessa morta quando era ancora sostanzialmente sconosciuta, a diventare una celebrità quasi trent'anni dopo la morte.

«Di certo la famiglia ha contribuito costituendo la fondazione per diffondere e tutelare la sua eredità artistica. Ma credo che la straordinaria qualità delle fotografie abbia saputo farsi strada da sola. Inoltre Francesca non solo lavorò in piena sintonia con i tempi, ma talvolta li anticipò. Prendiamo gli scatti della serie "Swann song", dedicati a Proust. Le stampe sono enormi, misurano circa un metro per un metro, e furono realizzate in un periodo in cui tutti preferivano le foto in piccolo formato. Solo negli anni Ottanta si arrivò alla "megalomania": Francesca aveva anticipato questa tendenza di parecchi anni». 


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http://www.oggi7.info/2009/12/01/2589-fotografia-francesca-e-il-suo-corpo