A modo mio

Sulla cresta dell’onta

di Luigi Troiani

Berlusconi ha ben concepito, organizzato e gestito la riunione dei grandi e neo-grandi della Terra, tenutasi in settimana a L’Aquila. Sua è stata l’intuizione di spostare il G8 nel mezzp dell’ultimo terremoto italiano, sue le modalità di accoglienza e agenda, ovviamente sua una presidenza che, se non ha dato risultati forti in quanto a contenuti (e come avrebbe potuto, vista la situazione dell’economia internazionale?), moltissimo ha prodotto in termini di miglioramento dei rapporti umano-politici tra i leader e di ampliamento delle opportunità di pace e sviluppo per l’umanità. Basta infilarsi nel web e guardare le immagini di armonia e familiarità lasciate dal vertice, o leggersi i resoconti delle conferenze stampa, per averne conferma. L’Aquila, complice la regia berlusconiana, ha sapientemente incastrato l’agenda del vertice e i suoi personaggi dentro la sceneggiatura “buonista” dettata dalle macerie del terremoto, spingendo a un segnale di rasserenamento del clima internazionale. Non appare l’ultimo dei risultati, chiesti a un vertice che ha contato sino a trenta delegazioni.

Il successo del capo del governo è ovviamente il successo dell’intero paese, della sua diplomazia, del suo sistema di sicurezza civile e di sicurezza, che hanno amministrato la tre giorni aquilana. E’ il successo dello stile italiano, del cibo, della capacità di accoglienza e di proposta politica, della misura sapiente nel mischiare il mestiere dell’ospite e quello del politico. E’ giusto rimarcarlo, perché all’immediata vigilia non erano mancate (passi per le gufate di parte britannica, così abituali che saremmo preoccupati se non ci fossero, ma che dire dell’editoriale del NYT dell’8 sul presunto “lax planning by the host government, Italy”, il conseguente “little room for optimism”, l’esagerato appello a Obama “to lead the way”?), voci preoccupate sulla capacità italiana di condurre in porto un vertice lungo e complesso, collocato in una situazione obiettivamente rischiosa come quella aquilana. Finita la festa, per non “gabbare lu santu”, occorre accertare cosa rimarrà del vertice. Un paio di situazioni, una internazionale, l’altra italiana, si raccomandano all’attenzione.

La più parte delle decisioni assunte in questi giorni, sono dichiarazioni con scarse conseguenze operative. Quando va bene, rinviano ad ulteriori incontri, a cominciare dal G20 autunnale di Pittsburgh. La questione più importante, quella delle emissioni inquinanti, resta irrisolta per l’opposizione dei neo-industrializzati guidata dalla Cina. E’ un dato che, tra l’altro, lascia intravedere il rischio di ulteriore frammentazione del potere internazionale. I 20 miliardi stanziati per i paesi poveri, e in particolare per quelli africani, resteranno congelati sino a che non si trovi un valido meccanismo di accountability; difficile che qualcosa si muova sino al G8 di Muskoka, Canada. Se si è scansato il rischio di consolidare il protezionismo rampante (v. i vari Buy American, Buy Chinese, etc.), si è di fatto riaffermato il principio del protezionismo agricolo, minando ulteriormente il ruolo di Doha e del Wto.

Berlusconi sa che il giudizio sulla sua carriera politica dipenderà non dai consensi internazionali (l’etichetta e la prassi impongono ai leader alleati di spalleggiarsi l’un con l’altro sempre e comunque) ma da quelli italiani. Al suo paese deve spiegazioni rispetto a rivelazioni che costituiscono un’onta per il suo ruolo pubblico. Esca allo scoperto, ora che è sulla cresta dell’onda. Mostri al NYT che sbaglia quando, riferendosi alle note vicende private, sintetizza: “Showmanship: perhaps. Leadership:no”.