Il rimpatriato

No, non è la BBC...

di Franco Pantarelli

Di tutte le brutture che la vicenda del Berlusconi in fregola ha messo in luce, la più brutta di tutte è quella che viene ogni giorno consumata sugli schermi dei televisori, dove trionfa la disinformazione più sfacciata e volgare da parte del TG1, cioè il telegiornale della RAI. Niente di nuovo, si potrebbe dire. Da quando è nata, l'informazione televisiva italiana è sempre stata ossequiosa nei confronti del potere e complice nel tenere il suddetto potere al riparo da notizie che potevano disturbarlo. A suo tempo, per esempio, uno dei giornalisti più noti, Ugo Zatterin, raccontò i salti mortali di logica che fu costretto a fare negli Anni Cinquanta, quando dovette dare la notizia che le case di tolleranza sarebbero state chiuse. L'ordine che aveva ricevuto era di non spiegare cosa fossero le case di tolleranza, né a cosa servissero, ma era chiaro che senza spiegare che in quelle case si faceva l'amore a pagamento non si sarebbe neanche capito perché la loro chiusura costituisse notizia.
La cosa si risolse con il fatto che tanto tutti conoscevano le case di tolleranza (anche se molti ignoravano che si chiamassero così) e tutti ironizzarono allegramente sul fatto che la tv aveva "dovuto" andare incontro alle preoccupazioni dei vescovi, allora molto più "pastori del gregge" di adesso. E più o meno la stessa ironia è stata rivolta ai tantissimi episodi simili di cui la storia della RAI è ricchissima. L'ultimo, di grande comicità, è avvenuto durante il precedente governo di Berlusconi. A dirigere il TG1 c'era un suo ammiratore di nome Clemente Mimun, il quale vedendo un servizio appena arrivato che lo mostrava mentre parlava alle Nazioni Unite davanti a un'Assemblea semideserta fu preso da un attacco di terrore e decise seduta stante di "coprire" il servizio con scene di applausi che evidentemente l'Assemblea dell'Onu aveva riservato a qualcun altro, in un altro momento.
Cambia il governo e - siccome la RAI "non è la BBC", come si cantava in una storica trasmissione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni - cambia anche il direttore del TG1. Il centrosinistra decide che deve essere Gianni Riotta (uno capace di accumulare il più grande numero di "delusi" che si sia mai visto) e le comiche di Mimun finiscono giustamente nel telegiornale di Mediaset, di proprietà di Berlusconi. Ma il governo cambia di nuovo, Berlusconi è di nuovo vincitore e Riotta, che pure aveva fatto di tutto per ingraziarselo, se ne deve andare. Il nuovo direttore del TG1 si chiama Augusto Minzolini. La sua specialità giornalistica è il gossip politico, materia su cui si è fatto un nome. I suoi articoli - scherzano i colleghi con divertita invidia - sembrano scritti sotto il tavolo di riunioni segretissime o addirittura sotto il letto dei politici importanti. Se fosse indipendente, sarebbe l'uomo ideale per gestire una crisi come questa che Berlusconi ha provocato a se stesso. Ma lui non ha nessuna voglia di essere indipendente. Sa benissimo a chi deve la nomina a capo del "più importante giornale italiano" e intende manifestare la sua gratitudine fino in fondo. Eccolo così mettere in chiaro fin dall'inizio che tipo di direttore vuole essere: la faccenda di Berlusconi di cui parlano tutti i giornali in Italia e nel resto del mondo, per lui semplicemente non esiste. Non ci sono le Noemi, non ci sono le "escort" e non ci sono le riposte balbettate o semplicemente negate dal capo del governo italiano.
Ora, farsi un nome praticando il giornalismo pettegolo non è una grande cosa ma è pur sempre qualcosa, specie se - come nel caso di Minzolini - quella pratica è stata svolta con indubbio successo. Cambiare registro e assumere una veste un po' meno sbarazzina nel momento in cui si assume un incarico importante può essere una cosa buona e opportuna, visto che si lavora per milioni e milioni di persone. Ma dimenticare di colpo e del tutto il mestiere svolto per tanti anni e mettersi a praticare sistematicamente la menzogna è una cosa tanto miserabile da mangiarsi in un solo boccone la soddisfazione di avere ottenuto l'incarico. Come farà, Minzolini, a rallegrarsi di essere il direttore del più importante giornale italiano se tutti sanno che lo dirige accucciato ai piedi del padrone, scodinzolando in attesa di qualche svogliata carezza?