Il rimpatriato

La giustizia dei porci

di Franco Pantarelli

Nel mio personale elenco delle date da ricordare, il 17 febbraio 2009 ha un posto importante. Quello è infatti il giorno in cui in Italia la giustizia cessò di essere uguale per tutti. In realtà non lo era mai stata, naturalmente, data la persistente differenza fra il povero cristo e quello che vive circondato dagli avvocati. Ma quel giorno la cosa divenne concreta, consacrata dalla legge solennemente pronunciata "approvata" dai presidenti della Camera e del Senato, dopo che la maggioranza dei rispettivi membri si era dichiarata favorevole, e firmata come ultimo atto dal presidente Giorgio Napolitano con eguale solennità. C'erano state proteste, per il varo di quella legge. Giuristi, costituzionalisti, studiosi vari e persone per bene non accettavano che proprio dove era nato il diritto romano sorgesse una caricatura della "Fattoria degli animali" di Orwell, quella in cui tutti sono uguali ma alcuni (nella fattispecie i porci, particolare per cui Orwell ebbe non poche difficoltà con la censura britannica) sono "più uguali" degli altri. Ma era una protesta per così dire astratta: i favorevoli e i contrari sostenevano i benefici e i malefici di quella legge in termini teorici, ipotetici, quasi convinti che il momento della concretezza non sarebbe mai arrivato.

Il 17 febbraio 2009, appunto, quel giorno è arrivato. Il tribunale di Milano ha condannato a quattro anni e mezzo di prigione l'avvocato inglese David Mills per corruzione, mentre colui che lo aveva corrotto, un signore di nome Silvio Berlusconi, il tribunale non ha potuto neanche sgridarlo. Messo al riparo dalla "legge Alfano" - porta il nome del ministro della Giustizia appena insediato da Berlusconi con il preciso compito di togliergli dal groppone quel problema - il corruttore riconosciuto dell'avvocato Mills se ne stava tranquillo e brindava con gli amici mentre gli studiosi e le persone per bene di cui sopra tentavano di consolarsi concentrandosi sull'appuntamento che gli stessi giudici del tribunale di Milano avevano fissato quando erano stati costretti dalla nuova legge ad abbandonare lo schema corruttore-corrotto.  

Al momento di separare il destino di David Mills da quello di Silvio Berlusconi, infatti, i giudici avevano sottoposto alla Corte Costituzionale un quesito di compatibilità fra la legge Alfano (i presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio non possono essere processati mentre sono in esercizio) e la Costituzione (tutti i cittadini, senza distinzioni, sono uguali di fronte alla legge). Secondo le previsioni la risposta a quel quesito dovrebbe arrivare entro la fine dell'anno in corso e se i giudici della Corte dovessero decretare che la legge Alfano è incompatibile con la Costituzione, la legge Alfano medesima decadrebbe e coloro che grazie ad essa hanno ottenuto benefici se li vedranno revocare. Il che vuol dire che l'unico che da quella legge ha avuto un beneficio, e cioè Silvio Berlusconi, dovrà tornare in tribunale e rispondere dell'accusa di avere corrotto l'avvocato Mills.

Le persone per bene cullano quel momento, semmai accadrà, come un sogno; ma da ciò che ho potuto appurare parlando con gente molto più competente di me, la possibilità di arrivare mai a una sentenza sull'operato di Berlusconi, almeno per quanto riguarda il caso Mills, è definitivamente tramontata. Tanto che lui, a questo punto, potrebbe perfino compiere il "bel gesto" di rinunciare ad usufruire della legge Alfano, sicuro che a una condanna non si arriverebbe mai grazie al micidiale connubio fra la tradizionale insufficienza del sistema giudiziario italiano e la farraginosità delle sue leggi. Accade infatti che tutto il lavoro svolto durante il processo contro e Berlusconi e Mills (e dopo soltanto contro Mills) non conta più nulla. A decidere se Berlusconi è colpevole o innocente devono essere nuovi giudici perché quelli che hanno condannato Mills hanno mostrato (ovviamente) di avere già raggiunto la convinzione che la corruzione sia avvenuta. Un intero processo praticamente identico a quello conclusosi con la condanna contro Mills, che è durato anni e anni, finirebbe sicuramente per superare il tempo massimo della prescrizione prevista dalla legge, cosicché il corruttore se ne andrebbe di nuovo a brindare con i suoi amici, non - stavolta - per colpa di una legge oscena fatta apposta per lui da uno dei suoi dipendenti, bensì di una legge giusta, destinata a proteggere i cittadini dalle lungaggini delle procedure giudiziarie.

C'è anche un ulteriore paradosso, in tutto ciò: che dopo aver tentato ripetutamente di ricusare la giudice Nicoletta Gandus definendola prevenuta contro di lui perché "bolscevica" ed essersi visto bocciare sia dalla Corte d'Appello che dalla Corte di Cassazione (tutti bolscevichi?), ora Berlusconi si ritrova con la possibilità di andarsene libero a prescindere dalla legge Alfano grazie a quella che è una sorta di ricusazione d'ufficio proprio dela giudice Gandus, non per le stupidaggini sulla bolscevica ma in base una di quelle leggi che lui tanto detesta.