A modo mio

Lanbo e la strada per Roma

di Luigi Troiani

È mia amica la donna cinese che ha messo su famiglia e fatto figli con un romano. Intellettuale di razza, già ballerina e attrice di teatro a Parigi dove si è laureata in Letteratura francese alla Sorbona, avventurosa giramondo, giornalista e direttrice di giornali e rotocalchi in italiano e cinese. Uno di quei fiori rari che l'Oriente manda in missione in Europa per rapire cuori e menti. Carattere forte e risoluto, ha amato ed è stata amata, ha conosciuto il mondo e scelto di farsi italiana pur restando irrimediabilmente cinese.

L'anno scorso Lanbo si è ammalata, di quel crudele infame verme che mangia da dentro alle donne il mucchietto di tenera carne che ha donato loro la vita: tumore al seno, scoperto mentre partiva per uno dei suoi shuttle Roma Pechino. La decisione di tornare a farsi operare a Roma abbandonando madre e parenti, per rifugiarsi nell'abbraccio della famiglia italiana. E la chemio, e l'umiliazione della protesi. Ne conserva due di mammelle, ma una è italiana e non ha la florida morbidezza della collega accanto, né il suo sangue caldo né i tessuti e le venuzze rosa tra l'adipe. Però Lanbo è viva, e combatte la battaglia più importante; più di quelle fatte , per l'integrazione in occidente, per l'emancipazione dalla famiglia e dal suo genere; decisiva più delle battaglie che ha portato avanti per i compatrioti immigrati, spesso vittime di pregiudizi e cattiverie gratuite.

Mi ha telefonato per rivedermi, perché sente che è finito il tempo dell'ingiusta vergogna. Si era nascosta pensando che gli amici, come è successo all'inizio ai suoi figli, si lasciassero impressionare dal fatto che è diventata gonfia e pelata, e somiglia ad una monaca buddista. Mi ha portato il suo ultimo libro "La strada per Roma", e mi ha mostrato la pagina dove ha scritto i ringraziamenti a chi l'ha aiutata a scriverlo, e c'ero anch'io perché effettivamente le ho riletto il testo, le ho dato consigli, le ho anche suggerito il titolo. Abbiamo parlato: della sua storia, della parabola della sua vita cominciata in Manciuria, proseguita a Pechino e poi in Europa, sempre in cerca della sintesi tra Oriente e Occidente, con l'immutabile sorriso scettico, combattiva nel difendere donne e compatrioti lei che non si è mai fatta mettere i piedi in testa da un uomo o da un italiano, pur essendo amica di questo paese che le ha dato famiglia lavoro e tanti amici.
Ha voluto sapere di me e dei miei guai, ascoltando e consigliando, lei che con appena mezzo secolo di vita sa di poter morire perché il verme che le ha roso il seno se non è stato fottuto dalla chemio mangerà ancora sino ad uccidere. Le ho parlato di un'altra donna orientale, la giapponese Harumi Setouchi,, che come lei ha amato e vissuto, sino al giorno della rinuncia all'ultimo giovane ragazzo per chiudersi in monastero come monaca buddista.

So che Lanbo ha ripreso a fare conferenze e a lavorare al suo giornale. Non teme di mostrare la testa calva e il corpo gonfio, perché mente e voce sono le stesse di prima. Eppure nel libro aveva promesso di prendersi finalmente cura di sé e della sua salute, dando allo stress e alle poche difese immunitarie la colpa del tumore. E' il suo insostituibile ottimismo che la spinge. Come ha scritto in una delle ultime pagine del libro, col pensiero a "La vie en rose" di Edith Piaf: "... credo che la mia vita sia colorata di rosa, nonostante sia ancora una malata di tumore".