Il rimpatriato

Le zitelle isteriche

di Franco Pantarelli

Niccolò Ghedini, Sandro Bondi e Maurizio Belpietro sono fra i più efficaci collaboratori di Silvio Berlusconi, preziosissimi perché considerati bravissimi nei dibattiti televisivi, che ormai in Italia sono la sede pressoché ufficiale in cui si "fa" politica. Il primo, Ghedini, è un brillante avvocato che riesce a trattenere l'attenzione dei suoi interlocutori con un parlare pacato ma deciso, elegante ma concreto. Il secondo, Bondi, è un ex comunista alquanto navigato che forse a volte appare un po' buffo nelle sua cieche professioni di fede al capo ma comunque con una reputazione (tutto sommato meritata) di persona capace di ascoltare con pazienza e di ribattere nel merito. Il terzo, Belpietro, è un giornalista di una certa capacità che a quanto pare Berlusconi voleva mettere alla guida del TG1, per dire di quanto lo stima.

Nei dibattiti cui partecipa, Belpietro si è ritagliato un ruolo peculiare: mentre parlano gli altri, lui li guarda con una faccia da giocatore di poker, senza tradire la minima emozione, facendo addirittura sospettare che forse non sta proprio ascoltando ciò che l'interlocutore del momento sta dicendo; ma quando è il suo turno di parlare si scopre che di ciò che è stato detto prima non gli è sfuggito nulla, che lui ha accuratamente annotato tutto nella sua mente e lo dimostra confutando ogni cosa con metodo e senza una sbavatura grammaticale.

È da supporre che Berlusconi sia fiero di averli incaricati di difendere le sue ragioni di fronte alla platea cui lui tiene di più, quella televisiva, con la convinzione e la sicurezza che finora hanno saputo trasmettere. Il problema è quel "finora". Nel giro dei pochi ultimi giorni, nella platea televisiva si è assistito: 1) al sempre compassato Ghedini che si imbarca in un battibecco con il suo interlocutore, Massimo Donadi del movimento di Antonio Di Pietro, durato almeno una decina di minuti in cui non si capiva una sola parola e in cui il buttafuori Bruno Vespa non buttava fuori (nel senso di invitare a tacere) nessuno; 2) a un Sandro Bondi che prima ancora di cominciare a discutere se la prende nervosamente con la stessa presentazione che del dibattito appena fatta dal moderatore Giovanni Floris e che poi, durante la discussione, mette in piedi una sorta di guerriglia della voce per non lasciar parlare nessuno dei suoi interlocutori (o almeno per impedire che si potesse sentire ciò che loro dicono); 3) alla faccia di Maurizio Belpietro che improvvisamente abbandona il poker per passare alla briscola giocata nelle osterie, quando finita la mano i contendenti si rinfacciano l'un l'altro rumorosamente quel carico incautamente messo sul tavolo o quella briscola tenuta troppo gelosamente in mano.

Come mai questi tre "professionisti dei dibattiti" hanno improvvisamente perduto le loro capacità per trasformarsi in esagitati individui ai quali il fatto stesso che un loro interlocutore stia parlando procura lo stesso effetto del morso di una tarantola? Perché hanno di colpo chiuso le porte della discussione e hanno aperto quella della rissa? L'unica risposta ragionevole è che il caso di Noemi e del suo "papi" stia andando proprio male. Alle famose dieci domande che ormai oltre due settimane fa il giornale La Repubblica gli ha pubblicamente rivolto, Berlusconi non ha ancora risposto, nonostante alle sollecitazioni che gli sono arrivate si siano aggiunte anche quelle dell'intera grande stampa mondiale. Lui però se ne sta nei suoi rifugi, o magari anche nei suoi palchi pubblici ma sempre irraggiungibili, non ha interlocutori e può ancora ostentare qualche (seppure forzata) sicurezza, conscio del fatto che questo momento, per brutto che sia, è nulla rispetto a ciò passerebbe se invece che il capo del governo italiano fosse il presidente degli Stati Uniti, il premier britannico o il cancelliere tedesco. 

 

Loro invece, chiamati a difendere con un minimo di logicità le clamorose contraddizioni in cui è caduto Berlusconi parlando del suo rapporto con la giovane Noemi ("mai vista senza i suoi genitori", "no, mi sono sbagliato, tre volte era da sola", "conoscevo il padre dai tempi del vecchio Partito socialista", "no, ci siamo conosciuti nel 2001"), cosa possono mai fare? Se non parla lui, come possono parlare loro? Se è lui in persona a confessare di fatto che una risposta alle domande che gli sono state rivolte "non può" darla, come possono provarci loro? Ghedini, Bondi e Belpietro nutrono sicuramente una profonda, immarcescibile "fede in Silvio", ma non mi stupirei se ogni tanto, in questi giorni, si trovassero a maledirlo (sommessamente, per carità) per averli messi in una situazione in cui tutto quello che possono fare è urlare come zitelle isteriche.