A modo mio

Madrid festeggia

Luigi Troiani

Vecchio frequentatore della Spagna e delle sue istituzioni democratiche, ho avuto la fortuna di passare lo scorso martedì nella capitale spagnola, vivendo in diretta la storica giornata che ha segnato nel Paese basco (Euzkadi) la fine del monopolio che il Pnv (partito nazionalista) ha detenuto per più di 70 anni sulle istituzioni locali.   

Qualche annotazione per chi non è pratico del complesso panorama iberico. Quando finisce la dittatura franchista, nel 1975, il paese si dà una Costituzione fondata sull'autonomismo delle sue comunità storiche, come Catalogna, Euzkadi e Galizia. E' un assetto istituzionale, economico e politico che non può soddisfare il volontarismo nazionalista presente in particolare nel paese basco, territorio che ha pagato il più alto tributo di sangue all'opposizione al franchismo. Il Partito nazionalista basco è un movimento cattolico moderato, che non reciderà mai del tutto i laccioli della solidarietà che tendono a collegarlo all'estremismo nazionalista, che include anche il braccio armato dell'Eta, Euzkadi Ta Askatasuna (patria basca e libertà). Di fronte al cocktail nazionalista di interessi economici, utopie politiche, illusioni di affrancamento e desideri di isolazionismo, culto della violenza, razzismo persino in certi circoli intellettuali che ponzano sui quarti di nobiltà blu del popolo basco, il Pnv si mostra in troppe occasioni timido e complice. L'ultimo lehendakari  (letteralmente "primo segretario", nella realtà presidente del governo della comunità basca),  José Ibarretxe, nei dieci anni di governo terminati martedì, esprime il peggio di questa logica.

Eta ha riscontrato, nel trentennio democratico spagnolo, silenzi colpevoli e talvolta codardi in tutti gli ambiti del nazionalismo basco. E' stato particolarmente grave che li abbia trovati anche presso il Pnv, partito cattolico e conservatore, chiamato dalla storia a gestire la transizione basca alla democrazia e poi a costruire insieme alle altre forze dello stato lo sviluppo economico e la modernizzazione culturale della società iberica. Mostrandosi in qualche modo succube del mito della unicità e superiorità dei "veri" baschi, il Pnv ha creato le condizioni per la sua uscita di scena. Significativo che a prenderne il posto, il parlamento basco di Vitoria abbia chiamato il socialista Patxi López, espressione di una visione antitetica del futuro di Euzkadi, inteso come tassello della costruzione armoniosa dello stato e dell'economia iberica.

   Non sarà facile il compito di Patxi López, anche perché Euzkadi è nel mezzo di una rilevante crisi economica e sociale. Dovrà rilanciare il patto istituzionale sullo Statuto di autonomia, cementare l'accordo di fondo con il Partito popolare, isolare l'estremismo violento che trova tuttora nell'Eta un punto di riferimento, nonostante le più di ottocento vittime (341 civili e 481 tra poliziotti e militari) che l'organizzazione terroristica ha in bilancio. Dovrà saper dialogare con il clero e le autorità della Chiesa, elemento significativo nel contesto basco. Né è detto che disporre a Madrid di un interlocutore socialista, risulterà sempre elemento positivo.

La vicenda basca di questi giorni può insegnare qualcosa alla politica italiana, tuttora alle prese con il cosiddetto federalismo e con i primi passi delle sue leggi. Interessi locali e centrali possono dialogare, culture e tradizioni regionali possono convivere con quelle generali del paese. Se non si accetta questa logica, si può finire fuori dalla storia, e dal potere.