Il rimpatriato

Ancora a Plaza de Mayo

di Franco Pantarelli

A Buenos Aires girano lentamente attorno alla statua che raffigura la libertà in memoria di quel giorno di 32 anni fa quando lo fecero per la prima volta. Ora è tutto diverso, a cominciare dal passo delle donne: fermo ed energico allora, incerto e debole adesso per via dell'età. Allora urlavano le loro domande dolenti, chiedevano a gran voce di sapere che fine avessero fatto i loro figli. Adesso stanno in silenzio, le labbra che si muovono appena per canticchiare assieme all'altoparlante che lancia canzoni popolari in volo per tutta la Plaza de Mayo fino laggiù alla Casa Rosada, il palazzo del governo dove oggi non ci sono più i militari assassini. Alcune di loro portano le grandi foto dei loro figli scomparsi che brandivano allora, ma ormai non si tratta più di sapere che fine abbiano fatto, se siano stati sepolti vivi o gettati in mare dagli aerei, o se siano stati torturati e quanto abbiano sofferto. Le foto servono solo a ricordarli, che poi è la stessa ragione per cui  le "mamme di Plaza del Mayo" sono qui nella capitale argentina, dove mi trovo, a celebrare la nascita del loro movimento straordinario, per il grande coraggio dimostrato ma anche per il modo in cui è nato e si è sviluppato, in un processo che si potrebbe definire di "politicizzazione forzata".

Loro non erano militanti. Sapevano che i figli "lavoravano" contro il potere dei militari, ma non avevano un'idea molto precisa di ciò che effettivamente facessero. Sapevano però che la scomparsa dei loro ragazzi non poteva che essere era dovuta ai militari e quindi era ai loro comandi di zona che si rivolgevano per avere notizie. Man mano che aumentavano i giovani scomparsi, aumentavano le madri che li cercavano e che ormai - di caserma in caserma, di sala d'aspetto in sala d'aspetto, di fronte ai burocratici e beffardi "il suo nominativo non risulta" o ai minacciosi "andatevene a casa" - avevano imparato a conoscersi, a consolarsi, a solidarizzare, a disperarsi insieme perché della sorte dei loro figli non riuscivano a sapere nulla. E di lì a decidere di andare a porre le loro domande pubblicamente, in piena Plaza de Mayo, il passo fu alquanto breve.

Ma non molto scaltro. La loro prima "uscita" la fecero una sera di sabato, ignorando che a quell'ora la piazza - il cuore della "city" - era deserta o quasi. Ci rifletterono e stabilirono che il loro appuntamento fosse ogni giovedì, nel primo pomeriggio. I poliziotti mandati a tenerle sotto controllo non sapevano bene che fare e non andavano oltre il classico "circolare!". E così loro presero a girare attorno alla statua della libertà per non dare pretesti di violenza, e quello divenne il loro "modus operandi". Occorreva un simbolo, qualcosa che le rappresentasse nell'unico ruolo che si riconoscevano, quello di madri in ansia, e pensarono al pannolino che era un po' lo stemma della maternità. Lo piegarono a triangolo e se lo legarono sulla testa e così nacque il loro caratteristico "logo" che raffigura per l'appunto un fazzoletto legato sul capo. Andarono avanti per lungo tempo, chiedendo incessantemente notizie sui loro figli, e diventarono uno dei riferimenti più forti, pressoché esclusivamente al femminile, della resistenza alla dittatura.

C'erano tre teorie, allora, per spiegare questa caratteristica  del loro movimento. Una, molto pratica, era che per avere un impatto sulla gente a Plaza de Mayo bisognava andarci nelle ore di attività lavorativa, e in quelle ore gli uomini erano impegnati. Un'altra era che le madri erano molto meno interessate dei padri alle ragioni per cui i figli erano stati sequestrati. I padri, in molti casi, questionavano le loro scelte politiche, li ammonivano a non esagerare. Per loro invece erano figli e basta, temevano per la loro vita e si battevano per salvarli. L'ultima ragione era la presunzione che in presenza di donne i poliziotti sarebbero stati più "rispettosi", ma risultò del tutto illusoria. Quando il movimento cominciò a disturbare troppo, i manganelli scattarono senza misericordia, alcune fra le madri più combattive scomparvero a loro volta e i loro corpi furono fatti trovare rapidamente perché servissero da monito.

E' per questo che l'altro giorno, nel celebrare i 32 anni trascorsi da quegli eventi tremendi, fra le foto mostrate c'erano anche quelle delle loro compagne uccise dagli assassini dei loro figli.