A modo mio

Venerdì santo di dolore

di Luigi Troiani

È una Pasqua dolorosa, ferma al funerale che venerdì lo stato ha tributato alle quasi trecento vittime del terremoto d’Abruzzo. Se la liturgia religiosa è in festa per la resurrezione di Cristo, quella civica è ferma a venerdì santo, giornata di lutto per le vittime incolpevoli del tremore della terra e della maledizione italiana del malgoverno.
   Il dolore si mescola all’indignazione e all’invettiva. La prima guarda alle strumentalizzazioni di certi media e certa politica. Sono vicine le elezioni amministrative e quelle europee. La sempraccesa (TV) imprime nei sudditi guardoni nomi e visi che saranno replicati fra qualche mese sui manifesti elettorali: avanti allora a distribuire carezze agli sconosciuti, a promettere soldi e case. La seconda si rivolta contro i complici dell’eccidio: costruttori privati ma anche pubblici ufficiali che hanno violato le leggi antisismiche del 1974 o non hanno effettuato i dovuti controlli.  

  La natura fa il suo corso, e ci mancherebbe. Le faglie tettoniche galleggiano sul magma, si spostano e cozzano nella profondità del pianeta. Non succede solo tra Africa Asia e Italia. In Giappone, come in California, la terra è ancora più ballerina, ma si muore in misura irrisoria, perché c’è una cultura edilizia diversa, un’amministrazione più responsabile che investe in ricerca e prevenzione, cittadini meno proni all’elemosina dei politici di turno che fanno valere i loro diritti. La natura in Abruzzo ha fatto il suo corso, tra l’altro attraverso quattrocento scosse di avvertimento da dicembre. Non ha fatto invece il suo corso la macchina pubblica dei controlli preventivi: Regione, Protezione civile (la migliore al mondo ha continuato a ripetere in questi giorni la retorica di stato!), vigili del fuoco. Le opinioni pubbliche, da anni addomesticate dal sopore televisivo, non hanno preteso quanto era loro diritto-dovere. Adesso pagano l’orrore di un conto fatto di morte e della dispersione del proprio patrimonio umano, economico, culturale.

 L’Abruzzo è profondamente colpito. L’Aquila, sua città simbolo, è prostrata tra catastrofi come i crolli assassini di via XX Settembre dov’era la Casa dello studente con la decina di ragazzi scomparsi, e la polverizzazione del patrimonio storico culturale del suo centro storico. E’ lo stesso Abruzzo dei troppi scandali politici di questi anni, culminati nell’estromissione del presidente della Regione, l’ex segretario nazionale Cgil  e ministro socialista Ottaviano Del Turco, messo agli arresti dalla magistratura. Si ricorderà come, nella vergognosa fine politica di un sindacalista cresciuto alla scuola dei Lama e dei Marianetti, il sistema di corruttela alimentato dalla sanità regionale figurasse come uno dei capi accusatori più rilevanti. Proprio dalla malversazione della sanità regionale è venuto uno degli episodi più indecenti del terremoto, quello che ha coinvolto l’ospedale pubblico san Salvatore dell’Aquila, evacuato e dichiarato inagibile. Costruito ufficialmente con prerogative anti-sismiche, costato, sembra, diciotto volte più del previsto nonostante nei quasi trent’anni di realizzazione riducesse a un terzo i posti letto del progetto iniziale, ha avuto pilastri “tagliati dalle scosse e il cemento sgretolato come creta” (Corsera).

  “A modo mio” è tornata più volte sulle nostre colpe storiche verso il territorio. Solo un convinto mea culpa collettivo, e un’appassionata azione culturale contro gli interessi di politici e speculatori, potrà evitare ai terremotati d’Abruzzo di finire, come quelli d’Irpinia e Sicilia, per anni e anni baraccati e chissà quando in case anonime e agglomerati senz’anima. Confesso pessimismo, nonostante i tanti episodi di generosità personale registrati in questi giorni