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Il saluto ad Antonio Bandini. Console imprevedibile e generoso

Il Console Generale Antonio Bandini e sua moglie Consuelo
di Letizia Airos

C'è aria di trasloco in Consolato. Il Console Generale se ne và. Passiamo di fronte ad alcune stanze prima di arrivare al suo studio. Il lavoro negli uffici continua come sempre, ma si sente un po' di agitazione nell'aria.

Quella dell'ultimo giorno, ma anche della vigilia.C'è aria di trasloco in Consolato.  Il Console Generale se ne và. Passiamo di fronte ad alcune stanze prima di arrivare al suo studio. Il lavoro negli uffici continua come sempre, ma si sente un po' di agitazione nell'aria. Quella dell'ultimo giorno, ma anche della vigilia.Chissà come sarà il prossimo? A noi una cosa sembra certa: gli ultimi quattro anni di gestione lasciano un'impronta importante.

Il Ministro Antonio Bandini ci accoglie con un sorriso davanti al suo ufficio. È l'ultimo giorno del suo mandato.  Dovevamo fargli un'intervista per salutarlo, ma ci porge il testo del suo saluto ai lettori di America Oggi. "Me lo aveva chiesto Stefano. Gli avevo detto che non potevo. Pensavo di non farcela... Ma ieri sera ho trovato un po'di tempo, pioveva, mi sono messo al computer e... "

Squilla il telefono. Ne approfittiamo e leggiamo il suo scritto. E' chiaro, non occorre più intervistarlo. Ecco una caratteristica di Antonio Bandini.  Pur rispettando sempre il protocollo,  riesce ad essere imprevedibile e per questo molto generoso. Vengono in mente per esempio molti dei suoi discorsi pubblici. I più originali sono stati proprio quelli imprevisti, nei vari eventi italiani a New York. A quella mostra, all'ultima serie di film, ad una conferenza, presso un'associazione. Bandini è stato non solo un Console Generale in piena attività di rappresentanza, ma anche uno spettatore attento e critico.  Seduto tra il pubblico si alzava, commentava e magari faceva una domanda vivace..

E così questa volta le nostre domande restano sul blocco degli appunti.. Il Console Generale ha fatto tutto da solo. Del resto ha raccontato in diverse occasioni quello che gli continua a dire la sua vecchia maestra "Bandini, tu dovevi fare il giornalista".

Rimaniamo cosi a  parlare con lui, semplicemente. Per salutarlo anche noi. Chi ha avuto l'occasione di trovarsi a tu per tu con lui,  sa che è una persona raffinata ed estremamente arguta. "Ci facciamo un caffe'? No, accidenti hanno imballato pure quello!".

Riportiamo allora disordinatamente alcuni frammenti della nostra conversazione e qualche sua battuta alla cena organizzata la scorsa settimana, presso il ristorante San Domenico, dai giornalisti dell'Acina.

Forse gli argomenti appariranno  scollegati tra di loro, ma si tratta di parole che sicuramente raccontano un po' Antonio Bandini. Il console perfetto certo non esiste, probabilmente alcuni  avranno dei motivi anche validi per criticarlo, ma secondo noi Bandini ha svolto il suo lavoro con serietà, competenza, rara profondità.

 "Mi sento a casa a New York.  In questi quattro anni poi io e mia moglie abbiamo sempre avuto l'impressione che la gente ci trattasse meglio di quanto meritassimo. Questo vale per tutti, per gli italiani e per gli italoamericani  E gli italiani qui manifestano affetto e rispetto per le istituzioni. Magari ne parlano malissimo, ma se tu non ci sei.... Insomma non pensano che tu possa non essere presente in un loro momento importante. Quindi ti invitano non solo al gala, ma anche al matrimonio della figlia o alla  graduation" .

E' sincero stupore quello del Ministro Bandini:  "Noi abbiamo veramente voluto bene a tutti. Forse anche perché la gente voleva bene a noi. E se capitava qualche serata noiosa,  si stava in mezzo a gente che dimostrava affetto".

Racconta come più di una volta tornando in macchina a casa, lui e sua moglie Consuelo, si siano meravigliati di tanta attenzione: "Siamo stati ospiti a cene esclusivissime, dove gli altri pagavano anche quindicimila dollari per partecipare. Noi non pagavamo niente ed erano contenti della nostra presenza... Questo vale per tutti gli inviti che abbiamo ricevuto, a diversi livelli. Certo ci siamo divisi in due o tre cene la stessa sera!."  E - chiediamo -  quante  serate pensa che potrà avere libere il prossimo console generale? Bandini risponde sorridendo: "Se è come me, poche!".

Alla cena dell'Acina ha affrontato con noi anche il problema dell'accavallarsi di eventi italiani nel giro di pochissime ore. Questo soprattutto dopo la riforma del Titolo V della Costituzione per cui il  commercio-cultura  internazionale è diventato "materia concorrente". Le Regioni infatti hanno una loro capacità giuridica e legislativa per operare all'estero.

Così  qualsiasi osservatore, anche il più ingenuo, a New York si è accorto che molto spesso dall'Italia arrivano insieme le delegazioni più diverse, magari nel giro di poche ore. Quasi tutte completamente allo sbaraglio,  senza un coordinamento.

"Parlare un'unica voce" per Bandini è fondamentale "Ormai lo hanno capito tutti. Occorre una forma di coordinamento a Roma. La globalizzazione spinge ad andare all'estero individualmente,  ma soprattutto negli USA il concetto di stato è radicatissimo. Al Metropolitan per esempio c'è un curatore dell'arte italiano. Noi diremmo: come fai ad avere un esperto unico dal Rinascimento a Boccioni?  Eppure per loro è cosi. Invece l'arte per noi non ha nazionalità. Gli americani vedono prima di tutto l'Italia.  Ecco perché  ‘visit' quella o l'altra regione non funziona.  Deve essere fatto in un quadro nazionale."

Il Console Bandini  riprende  il problema del mancato coordinamento anche quando parliamo di nuove generazioni, dei bambini con cui,   in più di un'occasione,  ha dimostrato di saper comunicare in maniera straordinariamente efficace.

"E stata la parte migliore del mio lavoro quella con e per i giovani, anche se ho un grande rimpianto. Quello di non essere potuto arrivare ad una soluzione del problema dei piccoli celebrolesi. Nonostante tanti tentativi a diversi livelli. Non ci siamo riusciti. E' penosa la processione di persone che vengono qui per cure che sarebbero perfettamente somministrabili in Italia solo con un po' di organizzazione..."

Noi  rammentiamo con particolare emozione quando i giovanissimi studenti dello IACE lo hanno incontrato per un'intervista nell'ambito dell'iniziativa  ProgettoScuole.org.  Seduto per terra, sotto l'albero di Natale,  in mezzo a loro si stupiva di come fossero serie ed intelligenti le domande che riceveva.

Vogliamo chiudere questo saluto al Console Generale  con alcuni cenni sulla sua intensa carriera diplomatica perché aiutano a far comprendere il suo lavoro a New York

Bandini è uno dei pochi  diplomatici non di famiglia della sua generazione. Di Ravenna, studia a Bologna,  poi prende il master in comunicazioni internazionali alla John Hopkins University per vincere il concorso alla Farmesina.

Beirut all'inizio degli anni Ottanta nel pieno della guerra civile, poi Tripoli subito dopo il bombardamento americano, poi in Bosnia durante l'assedio di Sarajevo, poi  ambasciatore in Eritrea durante la guerra con l'Etiopia...  questi sono alcuni luoghi dove ha prestato la sua attività di diplomatico. Sedi difficili e molto diverse da New York,  ma la cui esperienza deve aver costituito un vero capitale per lui.

E ricordiamo anche che il  suo primo incarico all'estero è stato quello di vice console a Newark. Una città  non certo facile, soprattutto allora.  Gli deve essere tornata spesso in mente in questi anni newyorkesi. Anche per un motivo molto personale. Lì, in una chiesa,  si è sposato infatti con Consuelo, una sua collega che,  con l'arrivo della prima figlia, decide di rinunciare alla carriera. Qui pubblico e privato si intrecciano. Consuelo lo affianca come moglie  ma anche un po' nel lavoro, con la sua competente preparazione. In questi quattro anni a  New York abbiamo avuto occasione di verificarlo,  la signora Bandini è stata una presenza costante e attenta.

Salutiamo il Ministro nella speranza di vederlo presto di nuovo a New York insieme a sua moglie. Lo cercheremo ancora, magari via email.  Intuiamo che pochi come lui hanno riflettuto e analizzato aspetti di questo Paese, degli italiani e italoamericani che vi risiedono. Ci piacerebbe ancora fare con lui qualche riflessione. Magari quando sarà lontano e ripenserà alla sua New York, al di là dell'oceano.