Libera

La satira dopo la tragedia

di Elisabetta de Dominis

Niente è vero se non quello che non si dice, lo imparerai anche tu Antigone. Non ascoltarmi quando io farò il mio prossimo discorso sulla tomba di Eteocle" dice il re di Tebe Creonte alla nipote, figlia di Edipo.

E lei veemente: "Voglio sapere come dovrò fare anch'io per essere felice: a chi mentire, a chi vendermi..."

Il re taglia corto: "Vai da Emone. Tu lo ami?"

Per Antigone non è sufficiente: "Sì, ma se non deve più credermi morta quando ritardo cinque minuti, se... Credi che accetterò la vostra vita, il vostro vuoto?"

Le ragioni del cuore non obbediscono alla ragione di stato. Come le leggi morali non corrispondono a quelle di opportunità politica.

Modernità di Antigone, la tragedia di Sofocle riscritta da Jean Anouilh tra le due guerre, messa in scena al Teatro Romano di Trieste nell'ambito di una rassegna estiva dedicata alla classicità greco-romana.

Una rilettura di Claudio Autelli, giovane regista da poco diplomato, che tenta di farci sorridere e buttarla in commedia. Dove tutto è ricomponibile. Da giovani si fa così, perché la tragedia è assurda: il mondo che conosciamo è il nostro mondo e non ci ha ancora fatto soffrire. Perciò Creonte non è poi così cattivo: pensa al bene del suo popolo a cui deve dare il buon esempio e vuole salvare la nipote, che ha violato la sua legge, purché però i tebani non ne siano a conoscenza. Deve mantenere l'ordine... e il trono. Antigone è una ragazzina cocciuta che non ci sta, perché i sentimenti per lei sono o bianchi o neri e non grigi, come vorrebbe insegnarle lo zio. Perchè poi lui, così bonario, la faccia murare viva non si capisce, non regge. Inutile smussare la tragedia e poi farla finire in tragedia: la sua gravità non sembra più ineluttabile. Ma a tutto questo rimedia l'eccelsa struggente recitazione di Valentina Picello, anche lei agli inizi, eppure Antigone dalla testa ai piedi. Che ci fa vivere la sua tragica scelta fino in fondo. Come dev'essere secondo catarsi.

Antigone ha violato il divieto del re di dare sepoltura al fratello traditore Polinice, perché considera sacro il suo dovere familiare. Lo stesso che la fece rinunciare alla sua adolescenza per essere la guida del padre Edipo, ormai cieco, nel suo esilio. Antigone, dunque, sa che va incontro alla morte ma, nonostante le suppliche della sorella Ismene e del fidanzato Emone, non desiste. "Io non sono qui per capire. Sono qui per dire no e morire". Una kamikaze che tuttavia non segue una religione che qualcuno le ha inculcato, bensì il proprio fuoco sacro, la propria coscienza che la obbliga al rispetto familiare, perfino più forte dell'amore.

Oggi che - fino a prova contraria - viviamo convinti che sofferenza sia sinonimo di povertà e basta, non capiamo più il valore catartico della tragedia che, attraverso la messa in scena delle nostre miserie intellettuali ci fa sentire la sofferenza, conducendoci all'espiazione e al placarsi delle passioni distruttive.

Nell'antica Grecia, alla fine di ogni tragedia, veniva rappresentato un dramma satiresco, opera eroico-buffa che sicuramente rasserenava gli animi. Ma ci sono rimasti solo un paio di esemplari.

Invece il Satyricon del romano Petronio (arbitro d'eleganza alla corte dell'imperatore Nerone), scritto sia in versi sia in prosa, rappresenta il primo esempio di romanzo della letteratura latina. Purtroppo ci sono giunti solo due libri, tra cui quello intitolato la "Cena di Trimalcione", che ho potuto gustare sempre al Teatro Romano. Musicata da Bruno Madera, uno dei padri della musica contemporanea, con la regia di Giorgio Pressburger, ne è scaturita un'opera buffa contemporanea sull'avidità e la sessualità. Cantata in quattro lingue (l'americano per glorificare la ricchezza, il francese per l'erotismo, il tedesco per i momenti un po' volgari e il latino per le disgressioni filosofiche) mette in tavola la crisi dei valori del mondo. Trimalcione ostenta la sua ricchezza facendo lanciare dalle sue ancelle a noi spettatori (vestiti da antichi romani con tanto di tunica e alloro dorato) soldi, preservativi e droga. A simboleggiare il modo dei ricchi per comprarsi una corte assidua. Difatti alla fine nessuno se ne va perché fa servire agli spettatori vino, dolci e formaggio. Sembravano tutti morti di fame. Dopocena.