A modo mio

Last Tango in Rome

Luigi Troiani

Spettacolo adatto a far ricredere chi pensa che il tango sia canone ingessato, da proporre nei vicoli di Palermo a Buenos Aires, o nelle bettole col peggiore rhum dei mille porti del mondo, quello che sta andando fino al 5 aprile al teatro Olimpico di Roma. Protagonisti Daniel Binelli, scuola Astor Piazzolla, Pilar Alvarez e Claudio Hoffmann con altri elementi, nel musical Tango Metropolis, per il visibilio di appassionati e non del genere, riconoscenti al gruppo per le eccellenti capacità di scena, e la visione moderna di un ballo che ha fatto la storia dell’America estrema e non solo.

Viene da pensare a quanta strada ha percorso uno stile di danza che si presenta anche come stile di vita, visto che è fortemente radicato nel rapporto intimo della coppia. Uomo e donna, amanti e compagni di vita, allacciati stretti nel ballo come raffigurazione della loro storia personale: con le gioie e i dolori, l’amore, e la disperazione degli abbandoni, l’alto senso del destino dei corpi, la costrizione alle figure stereotipate del ballo. Con gli spiriti liberi di volare nella ripetitività del lancio come negli sguardi fieri dell’incontro intimo delle mani, dei corpi e delle gambe.

Viene da lontano il tango argentino, e c’è zampino italiano nella sua vicenda. Le origini primitive sono probabilmente cubane, roba da piantagioni e da infuso da canna tracannato nelle umide sere dell’Habana e sul mare di Santa María. Il tempo di 2/4 battuto lento, arricchito di accelerazioni, scatti, abbandoni cascanti. Arriva tardi in Europa, via Argentina, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, complici le correnti di emigrazione che soprattutto dall’Italia si riversano sul nuovo paese della pampa dove i fieri gauchos e le generose ragazze allevate a bistecche e sole si confrontano ogni giorno con la forza della natura, e le notti di festa ballano la loro passione. La capitale federale, Buenos Aires, potpourri di sapori e colori, elegante negli specchi di Corrientes e nella pietra dura dell’Obelisco, quanto acida nelle periferie pezzenti, fa da filtro verso la vecchia Europa. Il tango diventa una delle più pure sintesi espressive della cultura nascente nel sud del continente americano, blend di innumerevoli passati che si ricuciono insieme nel nuovo paese. Nelle figure e nella musica del tango, c’è l’eco delle terre lontane abbandonate, con le famiglie, gli amori, le amicizie che non ci saranno più. C’è la consapevolezza dei tempi difficili che attendono e dei linguaggi dimenticati: il tango, in quanto format canonizzato di una certa musica e una certa danza, è segnale della società nascente e con questa caratteristica si apre al mondo.

La sua fortuna maggiore arriva negli anni Venti dello scorso secolo, complice la joi de vivre della Belle Epoque, e sopravvivrà anche al tracollo del decennio successivo, prima di farsi seppellire, come altre cose belle, dagli anni di guerra. Il dopo ne avrebbe visto la ripresa, anche attraverso le tante variazioni, come quella diffusissima del tango tranquilo o tango flamenco, a rischio di impurità stilistiche e contaminazioni.

Tango Metropolis è novità di grande interesse, per la formula che costruisce storie di strada e borghesi nella modalità inconsueta del musical, per le coreografie originali e dinamiche, per il prepotente humour che lo pervade. Il quintetto (bandoneon, pianoforte, violino, chitarra, contrabbasso) diretto dal bandoneonista e compositore Daniel Binelli, è di tutto rispetto. E i giovani ballerini sono tra i migliori che l’Argentina abbia sfornato negli ultimi anni.