A modo mio

Rompicapo afghano

Luigi Troiani

Nel corso della storia, in tanti sono entrati nel territorio afgano, con l’intento di controllare una via di comunicazione strategica per l’Asia centrale. Il potere tribale, legato all’islam più tradizionale, favorito anche dalla conformazione orografica del paese, alla lunga ha rappresentato uno scudo insuperabile per ogni e qualunque tipo di armata. La risposta obbligata di Washington e alleati all’attacco alle Torri gemelle, ordito ed eseguito grazie al "santuario" qaedista di Kabul, sta rischiando di confermare i trascorsi della storia.

La capacità bellica dei Taleban e delle tribù o dei clan tribali che li proteggono e/o sostengono, è nel Dna del paese. Il presidente Hamid Karzai, asserragliato nella capitale, ne è consapevole, tant’è che offre agli avversari interni dialogo ed occasioni di collaborazione, in vista delle elezioni che intende tenere il prossimo mese, nonostante la posizione contraria dell’Onu, spaventata dall’incapacità di controllo del territorio fuori Kabul. Sa che l’alternativa può essere la totale riconquista del potere da parte di coloro che l’intervento americano ha scacciato sulle montagne. Meraviglia la memoria corta degli inglesi, privati dall’insorgenza del 1921 del governo semi-coloniale. Basterebbe ricordassero ciò che accadde nella prima guerra anglo-afghana, con la battaglia di Kabul e la ritirata a Gandamak: gli effettivi britannici ebbero 4.500 morti e un solo sopravvissuto, registrando la più grande sconfitta militare nella lunga vicenda imperiale. Anche la battaglia di Maiwand, durante la seconda guerra anglo-afghana si tradusse in una seria sconfitta per i britannici. I sei decenni successivi di scaramucce lungo la frontiera di nord ovest di quella che all’epoca era l’India britannica, confermarono la forte capacità afghana di resistenza e offesa.

I sovietici avevano anch’essi probabilmente la memoria corta, mentre invadevano il paese nel dicembre di trent’anni fa. E si ruppero i denti, dovendosi ritirare sconfitti dopo un decennio di disastri e rovesci militari. Né servì a mantenere influenza mettere a palazzo il fantoccio Najibullah.

In un paese tribale e islamico, i conti si fanno con i capi tribù e con i capi religiosi. Una mappatura delle componenti etniche suggerisce di guardare innanzitutto ai Pashtun che, con 13 milioni di appartenenti, sono quasi la metà della popolazione totale del paese. Si concentrano nel sud est e nel Pakistan nord occidentale, e alimentano più di ogni altro gruppo etnico l’insorgenza taleban. A distanza, il secondo gruppo per quantità di membri, i Tagiki con 3,5 milioni di abitanti, pari al 15% del totale, stanziati nel nord. Gli Uzbeki sono circa un milione: con radici etniche turche, sono anch’essi stanziati prevalentemente nel nord. Gli Hazara sono poco più di un milione; l’espansione pashtun del XVIII secolo li ha spinti nell’area montagnosa centrale del paese, la più arida. Erano agricoltori, oggi vivono in cittadine. Altro gruppo da tenere in conto, i Farsi con circa 600 mila contadini di lingua persiana (abitano le zone occidentali di Belucistan e Brahui, vicino all’Iran) e gli 800 mila Aimak, sparpagliati in 8 tribù seminomadi che battono l’area centro occidentale fino al Turkmenistan. Trattare con loro e con i loro fratelli in Pakistan è la regola aurea.

Libri come "Mille splendidi soli" di Khaled Hosseini, pellicole come "Viaggio a Kandahar" hanno fatto toccare con mano, in Occidente, la capacità antiumana dell’oscurantismo islamico taleban, e gli effetti distruttivi delle guerre tra le fazioni etniche e religiose, che hanno ridotto a quarantacinque anni l’età media della popolazione. L’Afghanistan non deve tornare indietro.