A modo mio

Epidemia solitudine

Luigi Troiani

Esaurita la sbornia delle effusioni eterocomandate del san Valentino, si torna al quotidiano, che nella vita intima è anche "guerra tra i sessi" e anaffettività. Impensabile generazioni fa, quando uomini e donne capitalizzavano nel progetto di coppia gran parte delle risorse psichiche ed economiche, si è diffusa negli ultimi decenni la cultura della "singolitudine", spesso equivalente alla brutale solitudine. Uno stato della personalità e del sociale, che non combacia con le suadenti promesse dell’adagio "Beata solitudo, sola beatitudo", visto che per molti psicoterapeuti la massa di monadi più o meno volontarie, alla quale peraltro appartengo, è in sofferenza crescente: disturbi del comportamento, malattie mentali che trasbordano in attacchi ad organi e cellule vitali, aggressività negativa e abbandoni da esaurimento, dipendenza da psicofarmaci, droghe, alcol.

I numeri spaventano. Fra vent’anni, un terzo della popolazione urbana dei paesi industrializzati sarà solitaria, e già ora sono soli 86 milioni di statunitensi e più della metà dei newyorkesi d’appartamento. Nel prossimo decennio la depressione sarà la malattia più diffusa e la seconda causa di invalidità nei paesi economicamente sviluppati, mentre un quarto della popolazione patirà almeno una volta disturbi mentali. In Europa, una donna su sei è in depressione (le donne battono spesso gli uomini nell’opzione solitaria, così a Berlino e a New York). Il novanta per cento dei quasi sessantamila suicidi che ogni anno si compiono nei Ventisette, viene da disordini mentali; e nella fascia di età migliore, tra 20 e 44 anni, il suicidio è la prima causa di morte non da malattia dopo gli incidenti stradali.

Come racconta ogni (ex)depresso che si rispetti, si può essere soli anche quando si sta tra la folla e si sciorina in pubblico la partitura del sorriso e del buonumore. O quando si è optato per la coppia: si danno solitudini di matrimonio e dei single di ritorno, gli "scoppiati" che dopo il fallimento atterrano malamente sulla piattaforma dei senza partner. Avessero ascoltato l’ineffabile Oscar Wilde ("Se amate la solitudine, sposatevi!"), avrebbero evitato.

A rimediare la situazione non servono risoluzioni come quella appena votata dal Parlamento europeo sulla "salute mentale", che tende a trasferire nelle strutture terapeutiche pubbliche lo sforzo che spetta innanzitutto ai rapporti intimi e interpersonali, al coinvolgimento emotivo e affettivo profondo tra esseri umani ad iniziare dal "tu" col quale si sceglie di mettersi in gioco. Ci sarebbero meno psicotici e paranoici, meno borderline e schizoidi, meno depressi, se funzionasse il dialogo tra persone, la donazione reciproca, la "fusione" d’amore. Al contrario crescono la paura dei sentimenti, il bisogno di "paracadute" nei rapporti personali, l’estraniazione verso l’amico(a) e il partner. In troppi prevale la scelta, di fronte alla precarietà dei rapporti profondi, di confidare a carriera e reddito il riferimento della solidità psichica per la vita. E però mentre "stare" da soli può essere una scelta positiva, "sentirsi" soli è fonte di problemi esistenziali, di una malattia dell’anima.

Una volta quel male toccava i vecchi e i drop out, oggi è epidemia assassina di chi cerca nella posta elettronica compulsiva, nel retrosexual (l’incontro di ritorno con partner antichi) su Facebook, o peggio, come salvare un’anima che ha bisogno di ben altre coccole. L’American Sociological Review ha scritto che vent’anni fa l’americano medio disponeva di tre persone con le quali conversare di "questioni importanti", scese ora a due; e che la percentuale di popolazione che non sa con chi confidarsi è passata dal 10 al 25% del totale.