A modo mio

Europa allo specchio

di Luigi Troiani

Ci si interroga, nei paesi dell’Unione Europea, sul significato che la nuova presidenza degli Stati Uniti potrà assumere per il vecchio continente. La questione si pone sotto due punti di vista: la natura del messaggio politico e civile del presidente Obama, le politiche che Washington metterà presumibilmente in campo a livello interno e internazionale.

Sul primo punto, è soprattutto la sinistra a chiedersi se e quanto il progetto di società del presidente americano possa contribuire a rivitalizzare partiti che, eclatante il caso dell’Italia, mostrano di aver smarrito ispirazione e finalità, e il contatto con la gente. Mentre la destra europea si è fatta colpire dall’aspetto etnico e razziale del fenomeno Obama (l’acme, nella battuta di Berlusconi sull’"abbronzatura" del neoeletto alla Casa Bianca), i politici di ispirazione sociale, socialdemocratica e laburista, si domandano perché non sia possibile in Europa un protagonismo di tipo carismatico, orientato alla diffusione di equità, solidarietà, responsabilità verso l’ambiente, aiuto allo sviluppo dei paesi poveri. Tra le risposte, il fatto che l’Europa certe conquiste le ha già realizzate (si pensi all’assistenza sanitaria e alle pensioni di anzianità), e che il peso della tradizione marxista e statalista impedisce l’agilità di innovazione richiesta dai tempi.

C’è dell’altro. Nell’intero dopoguerra, con l’eccezione della presidenza Nixon e di quella dell’incolore successore Ford, l’America ha documentato più capacità creativa, sul piano delle motivazioni ideali e delle visioni di società. Molto più di quelli europei, i suoi leader si sono proposti come espressione di ideologie e modelli sistemici da portare a realizzazione. L’Europa è apparsa più cinica, più conservatrice, più impegnata nel risolvere alla giornata i duri problemi della ricostruzione post-bellica, del post-colonialismo, dell’integrazione fra diversi, del superamento della divisione in due generata dalla sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale.

C’è da aggiungere che nessun sistema costituzionale europeo prevede, al vertice, il ruolo preponderante che l’America dà al presidente federale. Lo vietano le esperienze autoritarie e totalitarie che hanno contaminato la storia dei nostri paesi (la stessa l’Inghilterra, "culla di democrazia" non si è fatta mancare sovrani assoluti e un dittatore come Cromwell). Nessun politico europeo potrà immaginare di lasciare, nel corso di un mandato, impronte così pesanti da giustificare messaggi di tipo messianico all’elettorato. Il meccanismo è tale non solo nella politica nazionale: l’Ue è costruita su un modello simile, e per questo subisce, dall’Asia e dall’America, feroci critiche di incapacità a decidere. L’ultimo esempio, le divisioni sulla rappresaglia di Israele contro Hamas, con i messaggi contraddittori che l’Europa ha lanciato ai contendenti.

Da qui, le aspettative delle opinioni pubbliche dell’Europa rispetto al mandato di Obama. Vi è consapevolezza dell’eredità critica di Bush: devastazione finanziaria e recessione economica, due guerre in corso, relazioni agitate con molti paesi. Il rilancio dell’asse atlantico, base della fortuna di europei e americani nella seconda metà del Novecento, potrebbe essere proposto alla comunità internazionale come fondamento di un nuovo multilateralismo che, alla luce dello sconvolgimento tuttora in corso nell’economia internazionale, arrivi al cuore di questioni strutturali come la ripresa della corsa agli armamenti, la lotta al terrorismo, il dialogo tra religioni e culture, la situazione climatica e ambientale. Il 2 aprile a Londra, il G20 porterà Obama al primo incontro con gli europei: ne sapremo certamente di più.