A modo mio

Diritto senza Dio

di Luigi Troiani

Il rapporto tra leggi dello stato e precetti religiosi, tra le pretese sovrane della res publica e quelle assolute di chi si richiama alla "rivelazione" divina, anima la storia sin dalle origini. In Europa e in genere in Occidente, l’acme del conflitto tra le due pretese totali, si è avuto con la lotta per le investiture, e non casualmente il gergo "andare a Canossa" sta tuttora a ricordare il passo di umiltà che l’imperatore Enrico IV compì nel 1077 cercando il perdono di Gregorio VII.

Terminata l’epoca dell’orbe cristiano onnicomprensivo, ridimensionato nella capacità di presa, da vicende culturali e politiche come il secolo dei Lumi, la Rivoluzione francese, la cessazione del potere temporale dei papi, la scristianizzazione e secolarizzazione del vecchio continente, la questione del rapporto tra mondano e religioso sembra oggi porsi soprattutto nel cosmo islamico, la cui vocazione alla costruzione dell’ummà, la comunità dei credenti e dei sottomessi (Musulman vuol dire "sottomesso alla volontà di Dio"), sembra negare alle radici la pretesa dell’esistenza stessa dello stato laico, nazionale e aconfessionale, edificato in Occidente dal secolo XVII in avanti.

In realtà la questione è tuttora centrale anche per le nostre società politiche, rette da costituzioni che, senza eccezione, si definiscono aliene da filiazioni dogmatiche o da ispirazioni di carattere fideistico, tant’è che la stessa Carta che avrebbe dovuto porsi a fondamento dell’Unione europea, nonostante i continui richiami della Chiesa di Roma, ha rinunciato a trovare ispirazione nelle radici cristiane. Si è visto, d’altronde, in un paese di istituzioni laiche e ispirazione liberale come gli Stati Uniti d’America, quanto la presidenza Bush abbia inteso collegare l’attività di governo ad una sorta di investitura divina, con la lettura della realtà politica nella logica della precettistica biblico-cristiana e l’aggancio a movimenti evangelici integralisti.

Il pensiero occidentale ha preso spesso di petto i temi qui richiamati, attraverso voci autorevoli come quelle di Hegel, Hobbes, Marx, Carl Schmitt.. Un fecondo commento alle loro posizioni è stato proposto dal giuspubblicista Ernst-Wolfgang Böckenförde. Di lui è uscito, per i tipi di Laterza, una raccolta di saggi, "Diritto e secolarizzazione", curata da Geminello Preterossi, che tratteggiano i punti critici della questione, sino ad immaginare una società secolarizzata il cui principio fondante e le norme che ne garantiscono la preservazione prescindano da Dio. In realtà l’esercizio di Böckenförde arriva anche ad altre conclusioni: ad esempio quando afferma, con Hegel, che ogni stato è fondato sul principio di una fede e di una religione, dimenticando peraltro di osservare che una base giuridica siffatta guiderebbe le nostre attuali società multiculturali alla guerra di religione delle minoranze contro la classe politica e di governo.

Impossibile, per il credente, ritenere che possa darsi un diritto non generato dalla legge divina. Impossibile, per il cattolico, ritenere che il principio di sovranità dello stato possa cancellare l’autonomia universalista incarnata dalla Chiesa di Roma e che il principio teologico possa subordinarsi al principio politico. Possibile però, anzi doverosa, la tolleranza verso chi, per diversa ispirazione, ritiene che altra possa essere la fonte delle regole della convivenza interna e internazionale. Traccia della conciliazione tra queste antitesi è nello storico dibattito che nel 2005, all’Accademia di Monaco, oppose il filosofo liberale Jûrgen Habermas e l’allora cardinale Ratzinger. Più volte si echeggiò il pensiero di Böckenförde, scettico sulla capacità dello stato liberale e secolarizzato di essere referente costitutivo di se stesso, negando una vicenda religiosa che ha contribuito alla sua formazione storica e ai contenuti delle leggi