A modo mio

Ettore Majorana - Un mistero italiano

di Luigi Troiani

Ci sono state, nella storia d’Italia, stagioni eccezionali di produzione scientifica, artistica, culturale. Quelle stagioni hanno prodotto dei campioni che il mondo ci ha invidiato e spesso rubato, offrendo gloria, condizioni migliori di lavoro, retribuzioni adeguate. Una di quelle stagioni vide all’opera, tra il 1926 e il 1938, “i ragazzi di via Panisperna”, protagonisti della “Scuola di Fisica di Roma”. Nomi come Enrico Fermi, Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi sono conosciuti in tutto il mondo: il prodotto delle loro ricerche e sperimentazioni contribuì, tra l’altro, al parto del nucleare e della bomba all’idrogeno.

In quel circolo di teste d’uovo, l’eccellenza, secondo il Nobel Enrico Fermi, che ne fu leader, appartenne di diritto a un giovanissimo collega, Ettore Majorana: “Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango… C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza … Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”. Fu probabilmente quel deficit di rapporto con la realtà quotidiana, a generare le condizioni per il mistero che circonda tuttora la scomparsa di Majorana, avvenuta settant’anni fa.

Leonardo Sciascia, conterraneo dello scienziato, ha scritto nel libro del 1993 dedicato all’evento, che Majorana si era rifugiato in un convento siciliano, per trovare risposta agli interrogativi sul senso della vita, e sfuggire al rimorso di aver contribuito a generare l’arma nucleare. Altre ipotesi sono circolate, ma nessuna risolutiva: tra queste il suicidio con la cui dimensione lo scienziato si trastullava da tempo. Dopo il semestre di formazione in Germania del 1933 e la frequentazione a Copenaghen di Niels Bohr, rientrato a Roma, si era praticamente escluso dall’Istituto di Fisica, mandando indietro messaggi e posta con la scritta “si respinge per morte del destinatario”. La sua “stranezza”, gli alti e bassi di un temperamento che, nelle parole di Laura Fermi, “era eccessivamente timido e chiuso in sé”, non erano cessati neppure con la nomina nel 1937, con procedura straordinaria e a soli 31 anni, a professore di Fisica teorica all’Università di Napoli. Tanto che verso la fine di marzo del 1938, mentre si imbarcava da Napoli per Palermo, scriveva all’amico e collega Antonio Carelli, di aver preso “una decisione che era ormai inevitabile”, preparandolo alla sua “scomparsa” in mare. Nelle ore successive, avrebbe indirizzato a Carelli altri due messaggi, manifestando un ripensamento. E però, di lui non si trovò più traccia.

La pista dell’espatrio clandestino ha convinto chi evidenzia come il giovane Fisico, la notte della scomparsa, avesse con sé passaporto e una considerevole somma di denaro, puntando alla pista tedesca (Majorana che si mette a disposizione del nazismo), o argentina (Majorana che vuole togliersi di torno, e viene avvistato a Buenos Aires negli anni Sessanta). Si è anche detto che il Fisico fosse rintracciabile in un barbone di Sicilia, tal Tommaso Lipari, che ha finito i suoi giorni a Mazara del Vallo nel 1973.

La vicenda, anche se non assume le caratteristiche dell’intrigo, presenta gli ingredienti tipici del mistero all’italiana: la politica e le potenze straniere (Mussolini offrì una taglia perché fosse ritrovato), la famiglia (uno zio accusato di infanticidio, difeso in tribunale dal giovane Fisico), la chiesa cattolica. Fortunatamente, nel centenario della nascita, molto è stato detto e scritto sul forte contributo che il giovane Majorana ha dato al progresso della scienza.