A modo mio

Mediterraneo. La Nuova Frontiera europea

Luigi Troiani

L'Unione europea, con la conferenza dei ministri degli esteri europei e mediterranei d’inizio novembre a Marsiglia, ha lanciato definitivamente il progetto di «Unione per il Mediterraneo». Lo sforzo di Sarkozy, presidente di turno dell’Ue, per un maggiore impegno europeo verso il suo sud, sembra cominciare a dare qualche risultato politico. Bisogna ora vedere se, sul piano delle realizzazioni, Commissione e stati membri saranno in grado di dare seguito. Lo scetticismo è d’obbligo, perché non è la prima volta che sul Mediterraneo gli europei lanciano proclami che non danno i risultati annunciati.

Resta l’esigenza di portare subito in Mediterraneo i successi europei nei paesi dell’Europa centro-orientale, con un piano anche a carattere finanziario, che accompagni i paesi rivieraschi del sud allo sviluppo socio-economico e ad istituzioni imperniate su principi di giustizia e democrazia politica. Si sta correndo il rischio di consegnare troppe situazioni (si guardi a quanto accaduto in Algeria e nei territori palestinesi, per non dire del Libano) a sommovimenti interni violenti, dettati dall’estremismo religioso e politico. E’ facile fomentare società con un prodotto interno lordo (pil) pro capite annuo inferiore a 2.000 euro, come è il caso di Marocco, Siria, Palestina ed Egitto. Non può immaginarsi stabilità in paesi, i dieci Meda, dove il reddito pro capite è la metà di quello che hanno i paesi est europei usciti dal comunismo ed entrati nell’Unione. Mancano nel sud investimenti diretti dall’estero (secondo l’agenzia specializzata dell’Onu in commercio e sviluppo, Unctad, gli Ide totali nei 10 Meda non superano il 2% del Pil, contro un rapporto cinque volte superiore riscontrabile nell’Ue a 15). Nel trentennio tra il 1976 e il 2003, la crescita si è mossa tra il 3,2 dell’Algeria e il 5,8 della Giordania, con Marocco e Israele tra il 3 e il 4%. Complessivamente, questa parte del mondo ha espresso una curva di sviluppo inferiore a quella di ogni altro raggruppamento regionale equivalente, con evidenti responsabilità europee.

Ulteriori aperture commerciali, particolarmente nella filiera agroalimentare, dovranno costituire uno dei momenti qualificanti del progetto di “Unione per il Mediterraneo”, in linea con l’”Area euro-mediterranea di libero scambio” enunciata a Barcellona nel 1995 per il 2010. Anche perché, come ha scritto nel 1792 il grande pensatore inglese Thomas Paine, “se fosse concesso al commercio di agire nella misura universale di cui è capace, sradicherebbe il sistema di guerra”.

Bisogna che tra Europa e Mediterraneo si crei una rete per lo sviluppo, fatta di progetti pubblico-privati, scambi umani e imprenditoriali, dialogo interreligioso e culturale, circolazione di mezzi finanziari e investimenti, tali da rendere il bacino mediterraneo, per l’Europa, la Nuova Frontiera della sua azione nel prossimo decennio. La frontiera attuale tra Ue e Mediterraneo presenta il più grande scarto di reddito al mondo, visto che il rapporto tra Pil e abitante è nell’Ue 10 volte superiore a quello verificabile nel Mediterraneo meridionale e orientale): tra Stati Uniti e Messico lo stesso dato si esprime in un rapporto di 7 a 1. E’ stato scritto che se tra Ue e Meda ci fosse il livello di integrazione esistente tra Cina e Giappone, dal legame si avrebbe un effetto aggiuntivo diretto di sviluppo sui paesi del sud, pari allo 0,75% annuo.

Lo sforzo compiuto dall’Iniziativa Euro-Mediterranea del Commercio, con la sua Conferenza di Roma che, questo mercoledì, ha messo insieme a Roma i leader dei sistemi d’impresa dei paesi mediterranei e del sud Europa, va tutto in questa direzione.