A modo mio

I nostri assi

di Luigi Troiani

La celebrata "terzina" del presidente del consiglio su Barack Obama ("bello giovane e abbronzato") non risulta interessante tanto per la rotondità della sua cifra politica, né per la conferma dell'esuberanza verbale di Berlusconi, quanto per la sede istituzionale, l'incontro bilaterale italo-russo, nella quale è stata declamata. Altrettanto interessanti risultano tono e mimica adottati dal capo del governo (il nostro, maestro di comunicazione, non pratica mai casualmente atteggiamenti, coreografie, simboli comportamentali): da un lato la solennità rispettosa dell'interlocuzione con il presidente russo Dimitri Medvedev, controfigura nel consolidato rapporto tra Berlusconi e Putin, dall'altro l'approccio scanzonato e maliziosamente sorridente con la new entry americana al quale si possono rivolgere "carinerie assolute" da "parente maggiore".

Berlusconi, e con lui il mondo degli affari italiani, ha ben chiaro l'interesse del paese a valorizzare le sterminate opportunità offerte dal mercato russo, in particolare dalle sue risorse energetiche e dall'espansione dei suoi ceti alti e medi. La questione è come l'opportunità possa essere armonizzata con le priorità politiche e di sicurezza della nostra politica estera tradizionale, dato che queste sono state definite, nell'intero dopoguerra, dall'ancoraggio politico-militare su Washington e Nato, e dalla costruzione attiva delle istituzioni europee. Con tutte le differenze del caso, abbiamo lo stesso problema con il mondo arabo. Russia e Mediterraneo arabo ci sono necessari, però spesso i nostri rapporti con le due realtà si sono trovati ad essere ridefiniti e "tagliati" sulle esigenze strategiche dettate dalle alleanze con i partner europei e Washington.

D'altronde, una potenza territoriale come l'Italia, ben piantata con il corpo nel Mediterraneo europeo, con la testa dentro l'Europa franco-germanica, e solo un braccio infilato nelle propaggini ultime del mondo slavo, non può scavalcare i dati geoeconomici e geopolitici, senza incorrere in rischi ben superiori agli attesi guadagni. L'evoluzione di un paese come il nostro, tarato tuttora da forti sacche di arretratezza socio-economica e politica, deve continuare ad avere come riferimento obbligato l'esperienza di democrazia ed economia liberale dell'Europa occidentale e la proiezione di questa nel continente americano, gli Stati Uniti: le alleanze multilaterali politico-economiche e di sicurezza create su questa base nel dopoguerra, garantiscono che, pur tra sussulti e difficoltà, l'Italia possa proseguire il suo sviluppo sociale, economico, politico.

E' già successo in passato che il paese abbia scelto flirt con nazioni e regimi alieni dalla sua cultura politica originaria, e dalla sua collocazione storica, con risultati non proprio grandiosi. Gli "assi" bilaterali voluti dalla creatività dei capi del momento, estranei alle tradizioni dello stato liberale unitario e alla vocazione geoeconomica del paese (l'ultimo caso, il più nefasto, è stato quello con la Berlino del terzo Reich), non ci hanno portato fortuna. Berlusconi si è espresso a favore dei comportamenti russi in Cecenia e Georgia, ha condiviso le posizioni di Mosca sulla "provocazione" dello scudo strategico americano in Europa centrale, ha annunciato di voler rendere l'Italia il primo partner commerciale russo scalzando la Germania, ha elogiato "i valori e i principi che hanno ispirato il nuovo corso" della politica del Cremlino.

E'comprensibile la preoccupazione espressa, anche da forze di governo, verso questo coacervo di posizioni, che meriterebbe qualche "distinguo", meno euforia, più rispetto della storia russa e della sua difficoltà nel rapporto con l'Europa occidentale, coerenza verso le linee che sul piano multilaterale l'Italia contribuisce a definire in sede Nato e Ue.