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Published on Oggi 7 (http://www.oggi7.info)

PRIMO PIANO/INTERVISTA A RAFFAELE LOMBARDO. Neo Risorgimento in Sicilia

di Antonella Sferrazza
Creato 08/17/2008 - 10:00

Peppino Garibaldi in persona, a distanza di pochi anni dall'impresa dei Mille, diede ragione ai meridionali che odiavano a morte i Savoia.  In un lettera ad un'amica giurò che mai e poi mai sarebbe tornato nelle contrade del Sud per paura di essere preso a sassate. Il rischio in effetti c'era. Traditi gli ideali del Risorgimento e calpestate tutte le promesse fatte alle popolazioni del Mezzogiorno, lo sbarco in Sicilia, organizzato dai piemontesi con la regia degli inglesi, si era tradotto nell'ennesima colonizzazione selvaggia di un territorio che anelava al riscatto. Che l'Unità d'Italia si sia trasformata in una batosta per il Sud è un fatto che la storiografia moderna ormai accredita senza troppi problemi. L'eco della delusione si rintraccia anche nella letteratura. "Povera Isola, trattata come terra di conquista; poveri siciliani ridotti a barbari da civilizzare", dice Luigi Pirandello nel romanzo "I vecchi e i giovani." Così come Leonardo  Sciascia, nei suoi articoli su l'Ora, nei suoi racconti, fino al libro intervista "La Sicilia come metafora", non manca di sottolineare come il regno d'Italia sin dagli albori, abbia manifestato forti sentimenti antimeridionalisti.

Ma se è un presidente della Regione siciliana a criticare l'impresa che portò all'annessione della Sicilia al regno sabaudo, apriti cielo! Eppure Raffaele Lombardo, fondatore di quel Movimento per l'autonomia, non si arrende e rincara la dose: "L'Unità d'Italia non ha certo portato benefici al Meridione, e alla Sicilia in particolare, questo è un fatto innegabile", tuona il leader autonomista dagli occhi di ghiaccio e dal temperamento vulcanico. E aggiunge: "L'impresa garibaldina ha deviato il corso della storia. Se milioni di siciliani hanno dovuto lasciare la propria terra ed emigrare lo devono proprio ai piemontesi che hanno voluto solo lo sviluppo del Nord del Paese". 

Raffaele Lombardo, neo presidente della Regione Sicilia nato a Catania 58 anni fa e leader del Mpa, ha concesso ad Oggi7 questa intervista:

Presidente le sue critiche al Risorgimento hanno destato un vespaio di polemiche.

«Non mi stupisce, ma chi conosce la storia, o chi è onesto intellettualmente, sa che ho ragione: l'Unità ci ha portato sottosviluppo, emigrazione di massa, umiliazioni e stenti, mentre chi restava in Sicilia e si ribellava contro le vessazioni piemontesi veniva impiccato, bruciato vivo e denigrato come un bandito. La conquista savoiarda ha deviato il corso della storia riducendo la Sicilia a una terra da spremere fino all'osso e  ha impedito la nascita di uno Stato federale. Rileggere con attenzione la storia di quegli anni ci aiuta a spiegare anche perché molti siciliani si trovano oggi in America o in altre parti del mondo. L'Italia sabauda ha tolto loro il diritto di vivere dignitosamente nella propria terra, perché le risorse siciliane dovevano soddisfare l'ingordigia della classe politica dominante. Verità che vengono fuori anche dalla letteratura. Leonardo Sciascia, per esempio, spiega bene come l'unità d'Italia si sia realizzata affinché il Sud fornisse manodopera al Nord, perché solo al Settentrione era consentito uno sviluppo industriale a 360 gradi. Le famiglie borghesi meridionali vennero distrutte, per evitare il rischio che potessero fare concorrenza agli interessi del Nord. Riferimenti di questo tipo sono presenti in tutta la storiografia e la letteratura siciliana. Le polemiche mi addolorano perché è chiaro che sono strumentali. Io credo che i valori dell'autonomia siciliana siano trasversali: non c'è destra e non c'è sinistra: c'è soltanto una Sicilia che deve riappropriarsi della propria storia e riscattarsi da 150 anni di umiliazioni».

Ma lei è un separatista?

«Assolutamente no, sono un siciliano che ama la propria terra e l'Italia. Ma è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del danno che abbiamo subito. Il problema non è Garibaldi in sé, ma tutta l'operazione politica che ci stava dietro e i cui risultati deleteri sono visibili ancora oggi. Per rispondere meglio alla sua domanda posso dirle che sono un federalista, il nostro modello è la Catalogna. Ma per essere precisi è bene ricordare che, lo Statuto siciliano, approvato nel 1946, un anno e mezzo prima della Costituzione Italiana grazie al coraggio indomito dei padri dell'autonomia siciliana, ha anticipato di oltre sessant'anni quei temi del federalismo che sono al centro del dibattito politico italiano. In Sicilia è nato il modello di una regione autonoma contro le forti spinte centralizzatrici. L'idea di autonomia fu una soluzione di mezzo fra separazione e centralismo, in altre parole federalismo».

Uno Statuto che però non è mai stato rispettato...

«Questo dovrebbe fare capire l'importanza delle nostre battaglie. Perché non è mai stato applicato? Perché la sua applicazione disarmerebbe il governo centrale e i poteri forti che hanno depredato la Sicilia. Ma  il fatto che i Machiavelli romani, spesso con l'aiuto dei servi nostrani, non abbiano rispettato la carta autonomistica non ne uccide lo spirito perché nella sua indistruttibilità di carta costituzionale lo Statuto rimane la nostra più grande risorsa. I padri della autonomia siciliana, d'altronde, avevano previsto questo boicottaggio, ma erano convinti che lo spirito di libertà e la voglia di riscatto dei siciliani non si sarebbero mai spenti. E la storia ha dato loro ragione». 

Qual è l'atteggiamento del governo italiano rispetto a questi temi?

«L'atteggiamento della classe politica romana è sempre lo stesso; ciò che è cambiato è l'approccio dei siciliani che vogliono riappropriarsi della propria storia e, quindi, nonostante l'ascarismo sia ancora un male diffuso, sono pronti a combattere per la rinascita della propria terra. Le assicuro che andando in giro per la Sicilia è impossibile non cogliere la voglia di riscatto e l'insoddisfazione legata a 150 anni di Unità. E lo stesso discorso vale per le altre regioni del Sud d'Italia, dove la voglia di riscatto cresce di giorno in giorno. Ora con il federalismo si aprono nuove prospettive».

Il Nord rinfaccia al Sud decenni di politica assistenzialista andata a vuoto.

«Anche su questo fronte è necessario fare un po' di chiarezza. Per questo invito tutti gli italiani d'America a documentarsi da fonti veritiere e non da quelle ufficiali; mi riprometto di promuovere qualche iniziativa negli Usa affinché anche ai siculi-americani sia consentito di scoprire le loro radici e la vera storia della terra d'origine. Solo per fare qualche esempio: sa a chi sono andati i contributi più sostanziosi erogati dalla Cassa del Mezzogiorno o da enti simili? Ai grandi gruppi industriali del Nord che poi le reinvestivano altrove. Con questo non voglio dire che la classe politica siciliana sia stata all'altezza del compito che, negli anni passati, era chiamata a svolgere. Ma di nuovo c'è che la voglia di cambiamento ha contagiato tutti, come dimostra la mia vittoria elettorale e il successo dilagante del Movimento per l'autonomia. Il popolo siciliano merita una classe dirigente in grado di tutelare i suoi interessi e noi rappresentiamo tutto questo».

Pare però che la riforma federalista sia ritagliata sul modello delle regioni settentrionali e con una Lega Nord così forte...

«La Lega Nord e l'Mpa vogliono la stessa cosa, non è un caso che ci siamo alleati in diverse competizioni elettorali. E questa cosa è il federalismo e la fine del centralismo romano. E'ovvio che il Nord tiri acqua al suo mulino, ma stavolta dovrà confrontarsi con una Sicilia nuova e orgogliosa, preparata e seria. Trascorrerò proprio ad agosto qualche giorno con il ministro delle riforme costituzionali, Robero Calderoni, esponente di spicco della Lega Nord per fargli conoscere il nostro Statuto. Calderoli si è dimostrato molto sensibile alla nostre istanze. Nelle nostre parole non c'è rivendicazionismo, né J'accuse retorici, ma voglia di affrontare una volta per tutte la questione meridionale, e la soluzione sta proprio in un nuovo rapporto tra Stato e regioni. La mia intenzione è inoltre quella di coalizzare le regioni meridionali, proprio come hanno fatto le regioni del Nord. Nascerà una Lega del Sud per il popolo del Sud. In questo modo avremo la forza di arginare le eventuali derive nordiste. Ma abbiamo anche i mezzi per evitare queste derive».

Cosa intende dire?

«Sono convinto che il federalismo vada applicato anche alla questione energetica. Forse non tutti sanno che la Sicilia rappresenta a tutti gli effetti la piattaforma energetica dell'Italia. Nel territorio regionale viene raffinato oltre il 50% dei carburanti consumati in Italia; l'Isola è inoltre il punto di arrivo di due imponenti metanodotti sottomarini, dalla Libia e dall'Algeria; dal territorio siciliano transita quasi il 44% del metano necessario al Paese. Ogni anno una quota tra il 15 e il 20% dell'energia elettrica prodotta nella regione viene stabilmente ceduta al continente, gratuitamente. Come vede, non è vero che la Sicilia non dà nulla al sistema Paese. E sa cosa ha avuto in cambio? Inquinamento devastante, terribili primati in tumori e malformazioni genetiche. Basti pensare a Gela o ad Augusta dove il ricatto occupazionale ha ucciso più di ogni altra malattia». 

Quindi chiudereste i rubinetti al resto d'Italia?

«Non penso mai a ipotesi estreme. Penso a costruire un federalismo vero. Il che include che le accise sui prodotti petroliferi raffinati in Sicilia restino nelle ‘casse' regionali. Si tratta di circa 12 miliardi di euro l'anno, immagini moltiplicati per oltre 50 anni. Risorse che lo Stato ha sempre trattenuto e mai utilizzato per bonificare i danni prodotti dai gruppi petroliferi. Noi vogliamo che queste risorse rimangano in Sicilia per tentare di recuperare gli enormi danni causati dai padroni del vapore. Rimangono invece aperti i contenziosi con lo Stato in relazione all'articolo 37 e 38 dello Statuto. Il primo prevede che sia la Sicilia ha incassare i tributi delle imprese che operano nella nostra terra, ma hanno sede legale altrove; una disposizione costituzionale volutamente ignorata dalla politica romana e dai poteri forti che della Sicilia hanno fatto terra di conquista. Un problema che già stiamo affrontando con il mio governo. Come già succede in altre regioni, vogliamo che i petrolieri versino delle royalties a titolo compensativo. L'articolo 38 del nostro Statuto autonomistico, frutto di una accesissima battaglia che i padri dell'autonomia hanno vinto tra mille amarezze, prevede un fondo perequativo per la Sicilia come riparazione dei danni subiti dall'Unità d'Italia in poi. Vogliamo parità di opportunità e par condicio, in questo si racchiude la nostra richiesta di un federalismo solidale e di una fiscalità di vantaggio per le regioni più disagiate. Basti guardare alle infrastrutture per capire cosa ha fatto lo Stato centrale per il Sud. Adesso qualcuno storce il naso anche davanti al Ponte sullo Stretto, anche se il governo Berlusconi ci ha assicurato che si farà».

Non pensa che la Sicilia abbia bisogno di altro prima del Ponte? Strade, ferrovie e porti per esempio...

«L'uno non esclude l'altro, anzi il Ponte farà da volano allo sviluppo di altre infrastrutture. La sua importanza è stata riconosciuta anche dall'Uuione Europea che lo ha inserito nel progetto dell'asse ferroviario Berlino-Palermo. Senza il Ponte l'alta velocità si fermerebbe a Napoli».

 L'iniziativa che prevede royalties per i petrolieri  ha suscitato l'ira di industriali e della stampa ad essi riconducibile. Non teme di farsi nemici troppo forti?

«Ho già detto che non mancano servi nostrani che tentano di  calpestare l'orgoglio di un popolo difendendo i poteri consolidati per interessi personali. Ma in Sicilia c'è un vento nuovo. Come diceva Paolo Borsellino, cosa c'è di meglio del profumo della libertà? Libertà dal bisogno, dalle vessazioni e dai pregiudizi, libertà di vivere nella propria terra».

Lei ha citato Borsellino, il magistrato ucciso nel 1992 e nella sua giunta ha chiamato due ex pm, Massino Russo alla sanità e Giovanni Ilarda per il personale della pubblica amministrazione, compresa l'informatizzazione dei servizi pubblici. Che segnale vuole dare con queste scelte?

«La lotta alla  mafia è la nostra priorità e lo faremo sia assicurando la massima collaborazione alla giustizia, sia ripulendo dal basso tutto quello che può risultare colluso con una mentalità che danneggia la Sicilia. Abbiamo detto basta alle assunzioni clientelari, ai fannulloni e alla illegalità in tutte le sue forme. Con il mio governo stiamo riformando settori importanti come quello della sanità e degli appalti pubblici. Per il resto, lasciamo fare agli investigatori, i quali sanno benissimo, e non ne fanno mistero, che dietro molti delitti c'era molto più che la mafia». 


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