SPECIALE CIBO/ Kosher, l’Italia è preparata

di Gina Di Meo

Da qualche anno a questa parte il Summer Fancy Food, che si è chiuso lo scorso lunedì, è sempre un successo per le aziende italiane che esportano sul mercato americano. I consumatori stanno diventando sempre più attenti e stanno sviluppando in modo sempre più esponenziale il palato per l'Italian cuisine and food.

Va dato grande merito alle aziende italiane perché nonostante la bontà dei nostri prodotti, il mercato americano è tutt'altro che facile da conquistare. Ci sono "regole" o in qualche modo anche barriere che devono essere accettate/superate per conquistarsi una fetta di mercato. Una di queste è la certificazione Kosher, il marchio che garantisce che un prodotto è effettivamente kosher. Il simbolo cambia a seconda dell'ente che lo rilascia, quello che ha la maggior riconoscibilità ed affidabilità al mondo è la U di Orthodox Union. Il simbolo Kosher è quello che appunto apre il prodotto al consumatore kosher, che non è cosa da poco se si considera la tipologia della popolazione americana, ma ha un costo che può incidere di non poco sul prezzo finale del prodotto.

Com'è messa l'Italia rispetto alla certificazione kosher?

«L'Italia - ha spiegato Giovanni Mafodda, Senior Deputy Trade Commissioner, Food & Wine - Fashion, essendo un paese avanti nella produzione di alimenti, è molto attenta a determinate esigenze di mercato. Già tra anni fa, l'Ice ha organizzato a Milano un Seminario sulla certificazione Kosher - opportunità di mercato negli Usa, seguito da un workshop operativo con 50 produtturi italiani. Tra gli interventi quello del rabbino Moshe Elefant, Chief Operating officer, Orthodox Union, di Menachem Lubinskky, president e Ceo, Libicom Consulting e di Yakov M. Yarmove, corporate category manager, ethnic marketing and specialty foods. C'è molta attenzione da parte delle aziende verso la certificazione Kosher perché serve ad espandere il mercato, ad aumentate la distribuzione andando su punti vendita specializzati, anche se si deve precisare che la certificazione non apre il mercato a priori».

Abbiamo accennato prima ai costi, e Michela Fornelli, amministratore della Meditalfood Srl di Noicattaro in provincia di Bari, con uno stand al Fancy Food, ci ha detto che ogni anno paga settemila dollari per la certificazione della Orthodox Union. «Siamo un'azienda media - spiega - specializzata nella lavorazione industriale di olii alimentari, nella distribuzione di prodotti sottolio, paste speciali e taralli, e da due anni abbiamo anche la certificazione Kosher. Diciamo che il marchio ha contribuito all'acquisizione di nuovi clienti nella misura di un 30% in più ma noi piccoli e medi produttori confidiamo in un abbassamento dei costi di mantenimento della certificazione che ogni anno sono gli stessi di quelli dell'iscrizione. Questa spesa incide sul prezzo finale dell'olio, ad esempio, di un 2/3%. Se consideriamo che l'olio è un prodotto di largo consumo con bassi margini di guadagno, si capisce bene quanto pesi il costo del mantenimento della certificazione. Non dico, quindi, di abbassare il costo per ottenere la certificazione, quando contenere quello relativo al mantenimento».

Che cosa dice la Orthodox Union? Il rabbino Nahum Rabinowitz replica che i costi per singola azienda non dipendono dal fatturato quanto dal grado di supervisione che richiedono, oltre che dalla posizione geografica. «La certificazione - dice - può costare da un minimo di 3mila e 500 dollari a qualsiasi altra cifra concepibile. Per la pasta, l'olio, il vino è facile da ottenere, per i formaggi un po' meno, il difficile viene con i prodotti a base di carne. Quella è la certificazione più costosa. Al momento abbiamo un centinaio di aziende certificate kosher, tra queste grandi gruppi come Barilla e De Cecco. Il marchio kosher è un grande strumento di marketing e apre senza dubbio al consumatore kosher, consideriamo anche che in certe aree si preferisce solo kosher, questo dà la misura di quanto sia importante».

La OU Kosher(Orthodox Union) certifica più di 400mila prodotti in 80 paesi nel mondo. In America il marchio è presente sul 60% dei prodotti certificati Kosher.