Che si dice in Italia
La moda che va alla testa
uest'estate in Italia va di moda il Panama. Il ritorno sulla scena del bianco ed elegante cappello di paglia l'ha sancito qualche settimana fa Silvio Berlusconi che già, quando ebbe bisogno di nascondere l'intervento del chirurgo plastico che gli aveva cucito in testa una nuova capigliatura, aveva riportato in auge la bandana. Poi il Panama è stato vista in testa al Presidente della Repubblica per ripararsi dal solleone caprese. Adesso la conferma che il raffinato copricapo è davvero "in" arriva nientemeno che dal clan Agnelli. I rotocalchi immortalano il 30enne Lapo Elkann, nipote dell'indimenticato Avvocato, e sua cugina Bianca Brandolini d'Adda. Lei indossa il Panama classico, interamente bianco. Lui, sempre amante del diverso, ne ha uno non proprio d'ordinanza, con la fascia colorata. E sotto, oibò, spunta una lunga e disordinata capigliatura. Chissà se il nonno, che fu maestro d'eleganza, approverebbe.
STAGIONE DI MALEDUCAZIONE TOTALE. Stagione di "ballerine" e di "magnaccia". Di fronte agli insulti che i politici si scambiano con ferocia, fa quasi tenerezza il Capo dello Stato Giorgio Napolitano che richiama tutti ad abbassare i toni della voce e, con i suoi modi fermi ma pacati, cerca di far capire che si può discutere, essere su posizioni opposte, persino litigare ma sempre mantenendo un certo stile costruttivo. E, soprattutto, evitando che la gente finisca con il rassegnarsi e capire che "con questi signori al potere" le cose non cambieranno mai. Nulla da fare, però. Siamo in piena bagarre da bassifondi. E così anche chi ha ragione passa dalla parte del torto. Perché, per esempio, una cosa è non apprezzare Silvio Berlusconi e pensarne il peggio possibile (mi associo). L'altra è definirlo con i termini volgari e da denuncia penale usati da Antonio Di Pietro. E, allora, ben venga la proposta - subito definita stravagante dai giornali - avanzata dalla signora Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione. Propone il ritorno nelle scuole di grembiuli e divise. Dopo una certa perplessità iniziale, ho cominciato a rifletterci. E, dai discorsi colti tra amiche, conoscenti e le mezze frasi ascoltate al volo per strada e al bar, penso che in molti stiano giungendo alla conclusione che non si tratti di un'idea tanto balzana. Oggi nelle classi di tutta Italia i ragazzi e le ragazze si presentano vestiti - spesso "svestiti" - in abbigliamenti griffati ma onestamente indecorosi. Invece la divisa e il grembiule (magari non quelli neri con tanto di fioccone bianco che ero costretta a indossare io, come testimoniano le tenere foto in bianco e nero scattate puntualmente a fine anno e che ho conservato) "danno il senso di appartenenza, sono più "decorosi" e - spiega sempre la Gelmini - svolgono anche una funzione sociale. Perché? Perché non è molto educativo che i ragazzi siano costretti fin dalla giovanissima età a una continua sfida all'utima moda tra i banchi di scuola. Siamo nell'epoca del consumismo sfrenato, è vero. Ma i bilanci familiari stanno soffrendo per via della crisi sempre più strisciante. Non è buona cosa che, per cedere alle pressanti richieste del pargolo ansioso di non sfigurare davanti ai compagni, si intacchino i risparmi sempre più magri. Ma è il concetto di "appartenenza" a convincermi di più. Nella maggior parte degli altri paesi, sia industrializzati sia del Terzo Mondo, i ragazzi indossano la divisa scolastica. E colpisce davvero, nei più poveri paesi africani vederli camminare lungo strade sporche e sterrate, tutti con il vestito uguale che ne identifica la scuola e elimina eventuali disparità economiche. Sì, a pensarci bene, credo che la signora ministro non abbia tutti i torti.
UN VINO PUO' FAR DA AMBASCIATORE? Sì. Soprattutto se uno dei suoi sponsor è un ambasciatore vero, per la precisione quello americano a Roma, Ronald Spogli. Che, a difesa della qualità del Brunello di Montalcino - uno dei simboli del settore agroalimentare italiano - ha lavorato fianco a fianco con il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. Insieme hanno concordato un sistema di certificazione che garnatirà la tracciabilità delle bottiglie di Brunello destinate agli Stati Uniti. In questo modo si è risolto un contenzioso pericoloso che, come ha detto Zaia, "rischiava di far partire un domino pericoloso a livello internazionale per tutta l'industria agroalimentare italiana". Un buon lavoro, insomma. Prosit.
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