SPECIALE/STORIE DI EMIGRAZIONE/Il sogno americano torna a casa
L'uomo sulla destra, seduto diritto con le mani appoggiate sulle ginocchia, fissa lo sguardo, con le palpebre socchiuse, dinanzi a sé. La ragazza di diciannove anni, seduta al suo fianco e leggermente piegata in avanti, abbozza un timido sorriso, mentre il suo velo e il vestito bianco si confondono fra il pallore della neve e i colori sbiaditi della foto. I frammenti di una vita sono sparsi sul tavolo: il matrimonio in Friuli, la nascita del primo figlio in Canada, una festa di Capodanno con gli amici italiani e, infine, il fatidico ritorno in nave. E, fra il silenzio di quelle ombre bianche e nere, sembra di sentire ancora, con tutta la sua vitalità, la voce della loro protagonista.
In un rifugio a Suttrio, in Carnia, in cima ad una stradina tortuosa di montagna, Carmen Romanin mi racconta la sua storia. "Ho preferito sposare il primo arrivato" afferma, sorridendo al ricordo di quando, a soli diciannove anni, aveva acconsentito a un matrimonio combinato, nella speranza di fuggire da "quella belva" di sua matrigna. "Ci siamo conosciuti il 6 febbraio: il giorno della Befana" rammenta con una risata allegra "e l'8 febbraio ci siamo sposati". Fra lo scoppiettio della legna e il calore della stufa, di fronte a un piatto di frittelle di pane e a una tazza fumante di tè, la signora racconta la storia di un gruppo di uomini di Forni Avoltri (Udine), partiti nel 1958 per cercare fortuna in Canada. Attirati dagli annunci dell'ufficio di collocamento, nella speranza di trovare una realtà meno amara del Dopoguerra italiano, sei giovani si erano recati ai confini con l'Alaska, per costruire la ferrovia. Poco preparati ad affrontare i rigori dell'inverno canadese, in cui le temperature raggiungevano anche i -50°C, si raccontava che persino i ferri e gli attrezzi rimanessero attaccati alle mani. Dopo due anni di lavoro estenuante, i sei uomini tornarono in Italia, per visitare la famiglia e i parenti, nel Natale del 1960. E fu così che Carmen Romanin incontrò suo marito e partì per il Canada.
"Quando arriviamo?" chiedeva insistentemente la ragazza durante il viaggio, mentre il treno attraversava interminabili distese di ghiaccio e di neve. Dopo aver ottenuto a Roma i permessi e le vaccinazioni necessarie per partire, i nuovi sposi avevano preso l'aereo fino a Fort William, nei primi mesi del 1961. "E pensa che non avevo mai visto neanche una fotografia di un aereo". Finalmente, dopo ore ed ore in cui il treno non si fermava più, un compagno italiano rispose alla ragazza: "Quando ci fermiamo e senti un buon profumo saprai che siamo arrivati".
L'odore nauseabondo della cartiera fu il primo impatto con la cittadina di Dryden. Il secondo fu la monotonia del paesaggio e delle case di legna tutte uguali, in cui "non ti perdi neanche se vai ad occhi chiusi". Abituata al paesaggio alpino della Carnia, con le sue montagne frastagliate, i piccoli paesi nascosti fra gli abeti e le stradine serpeggianti attraverso il verde lussureggiante dei prati, il primo pensiero della giovane Carmen fu: "Io qua non ci sto neanche morta". "Il giorno dopo volevo tornare a casa" afferma e racconta ancora che quel profondo sentimento di nostalgia la accompagnò per tutti quei difficili anni della sua permanenza in Canada. Suo marito, Lino Ferrari, più anziano di circa quattordici anni, lavorava dalle 5 del mattino fino alle 6 o alle 7 di sera. Assieme ai suoi compagni italiani, viaggiava ogni mattina per ottanta miglia con il bus, per poi tagliare gli alberi per la cartiera, trasportando i tronchi lungo il lago ghiacciato. Nonostante il lavoro massacrante del marito e il suo lavoro come cuoca per guadagnare qualche dollaro, "dopo aver pagato l'affitto e la spesa non rimaneva più niente. Era peggio che in Italia".
Canzoni friulane si diffondono nel rifugio, mentre incominciano i preparativi per il pranzo. I primi ospiti si accomodano ai tavoli e una delle figlie della signora Romanin, che gestisce il ristorante, passa e saluta sorridendo. L'inconfondibile odore del frico, la specialità locale a base di patate, formaggio e talvolta cipolle in padella, aleggia per il locale.
"Non capirsi e non saper parlare la lingua è nera" riprende l'intervistata. "Dicevo sempre di sì, di sì, anche quando era di no". Ride e ricorda ancora come nei negozi, con le sue amiche italiane, doveva sempre indicare gli oggetti che desiderava acquistare. Racconta anche della vita della sua vicina di casa, una signora del Canada francese, che viveva con i suoi otto bambini in uno stato di "miseria nera". "In America non immaginavo di vedere tanta povertà", commenta, mentre racconta di come quei bambini piccoli cercavano il cibo nei bidoni delle immondizie. "Vivevano tutti in una casa con quattro stanze e una era piena di cumuli di vestiti da stirare". Racconta anche che ogni tanto faceva la pasta per i piccoli, ma quelli, che non avevano mai visto una pietanza così strana, si guardavano sorpresi ed incerti. La signora sorride, ma subito aggiunge: "Ora le cose si alleggeriscono, non sono mai come quando le hai vissute. A quei tempi non c'era molto da ridere".
Nell'inverno del 1965, dopo la nascita di due figli, il marito, stufo di sentire le lamentele della moglie, decise di pagare il biglietto per il ritorno in Italia. Accompagnò la famiglia fino a Toronto e poi la ragazza, ormai ventenne, prese il treno fino a New York. "Il viaggio è stato una vera e propria odissea", racconta la signora Romanin, mentre ricorda quei tre giorni e quelle tre notti, chiusi all'interno di un vagone merci. Dato che erano necessari permessi speciali per entrare negli Stati Uniti, ogni scompartimento aveva due o tre guardie che controllavano che nessuno fuggisse dai vagoni e, fra i vari disagi, si aggiungevano il freddo e la fame. Con due bambini di meno di due anni, per tre giorni la giovane madre poté mangiare soltanto quel poco che si era portata per il viaggio. Finalmente giunti alla grande metropoli, la signora Romanin racconta: "Ho alzato gli occhi e ho visto i grattacieli. Ed è l'unica cosa che ho visto di New York". Una volta imbarcati sulla nave, stanchi ed affamati, fu indetto uno sciopero di quarantotto ore. Ancora una volta non c'era nulla da mangiare, dato che ogni servizio di ristorazione era stato sospeso, finché un cameriere, mosso dalla pietà per quella ragazza sola con due bambini, le portò del latte. Quando finalmente partì la nave, i passeggeri andarono incontro a dieci giorni di mare mosso con "la gente stesa nei corridoi, che piangeva" e persino alcuni legati nelle cabine, per evitare il pericolo di cadere. E, alla fine il suo ritorno a casa: "Dopo cinque anni di lontananza mia sorella non mi ha riconosciuta. Ero dimagrita di tredici chili durante il viaggio".
Due mesi dopo anche il marito, come quasi tutti i suoi compagni friulani espatriati a Dryden, tornò e trovò lavoro in una cava di marmo. "Dopo anni di emigrazione non avevamo una lira" racconta la signora Romanin, anche se "con gli anni mi sono anche pentita di aver deciso così d'improvviso di partire e non tornare".
Intanto nel rifugio vengono serviti gli ospiti; piatti fumanti e profumo di polenta. Il fuoco scoppietta in una giornata ancora invernale. "Quarant'anni dopo sono tornata a Dryden" continua, ma nel paese era cambiato poco: la fabbrica, le case in legno piene di spifferi e persino la sua vicina di casa erano ancora là.
Per la signora Romanin, invece, la vita è cambiata molto. Con quattro figli adulti (uno è il sindaco del paese) lavora come cuoca al rifugio, insieme con la sua famiglia. Afferma con un sorriso determinato: "Visto che tutti si alzano e decidono di scrivere un libro, allora anch'io mi alzerò una mattina e scriverò un libro, per parlare della gente che ha lasciato tutto per cercare una vita migliore. La gente che ha fatto una vita dura all'estero si merita un ricordo che resti nella storia, anche perché queste persone non ci sono più". Fra gli uomini friulani che lavoravano nei boschi a Dryden, infatti, ormai non è rimasto in vita più nessuno. Nemmeno il marito.
Il vociare all'interno del rifugio si è intanto ridotto a un mormorio sommesso. Dopo un pasto abbondante di specialità friulane, assaggiamo lo strudel fatto a mano dalla signora Romanin. I ricordi che fino a quel momento emergevano così vividi e quasi tangibili, paiono evaporare nell'aria densa della baita. La protagonista di tante avventure sospira: "L'America è stata un'illusione per noi, per quello dico: per noi l'America è in Italia".





