FOTOGRAFIA/MOSTRE/ La dignità dei Tonga

di Olivia Fincato

«L'Africa comincia dove finisce la strada » .

Vi chiederete quale strada. E guardando la mostra di Caramaschi vi renderete conto che solo chi è affetto dal mal d'Africa può indicarvi la fine della strada e l'inizio di quella terra. Per sentirla pulsare bisogna lasciare l'asfalto. Per ascoltarla bisogna dimenticare il traffico. Per amarla bisogna avere calma. Calma di aspettare che si sveli e stupisca, improvvisa, con i suoi cieli, le infinite di distese di colori e la purezza, riflessa negli occhi della gente.

"African Portraits" è l'esposizione in mostra fino al 16 giugno presso Casa Italiana Zerilli Marimò di una serie di stampe fotografiche su carta baritata bianco e nero che ripercorre il viaggio-reportage del regista e fotografo italiano Fabio Caramaschi nel cuore dell'Africa centrale. Viaggo che nel 2006 diede vita al volume "Zambia, a story by Fabio Caramaschi" edito da Charta nel 2006 e distribuito in USA da DapDAP.

«Finché sono in viaggio la macchina mi protegge, è la mia strada di casa, ma quando il viaggio è finito e comincio a guardare quegli occhi scintillanti di sali d'argento, quei cieli in tempesta, l'Africa si vendica con una magia assai più potente della mia e mi trascina di nuovo laggiù» rivela Fabio Caramaschi nel suo racconto.

La fotografia è la sua compagna di viaggio. Sono le immagini a scrivere e riempire il diario di quei giorni. E tutto avviene rispettando il ritmo di quella terra. Caramaschi si adatta e sceglie appositamente di usare, in un'era che esalta la tecnologia digitale per praticità e immediatezza, una Graflex Fp "Peacemaker" dei primi anni cinquanta con lastre 4 x 5 pollici da cambiare dopo ogni scatto, fotocamera usata dal leggendario statunitense Weegee, che permetteva di mantenere inalterata la qualità fotografica anche nel lavoro di reportage.

Secondo Caramaschi per comprendere un mondo bisogna aspettarlo, per riprendere una persona bisogna rispettarla, la rapidità di realizzazione può essere un'autentica nemica. «Portare sulle spalle uno zaino pesante mi ha insegnato a non correre troppo e a fermarmi a guardare, mentre la curiosità di vedere oltre la fine della strada, dall'altra parte del fiume, di incontrare ancora un'altra storia mi ha spinto ogni volta a riprende il mio viaggio. Attraversare l'Africa con una macchina a soffietto (folding camera) degli anni cinquanta mi ha aiutato a scattare di meno e a guardare di più ». E cosa ci colpisce delle immagini esposte sono i volti. «Mi piacciono gli alberi, le nuvole in cielo, i fiumi qualche volta anche i palazzi dell'uomo, ma niente mi emoziona quanto un ritratto» e continua «Le persone che fotografo in qualche modo capiscono che in quel momento sono per me la cosa più importante che esiste, che sono arrivato laggiù proprio sperando di incontrarle. Se non ci fossero persone, non farei fotografie».

Caramaschi tra febbraio e marzo 2006 compie un viaggio nella terra dei Tonga seguendo la Transafricana che affianca il fiume Zambesi dallo spettacolare ingresso in Zambia con le cascate di Vittoria fino alla strozzatura della diga Karibe, al confine con lo Zimbabwe. Il suo è un viaggio interiore e riflessivo attraverso le ingiustizie subite dallo Zambia, dove più del 50 % della popolazione è analfabeta e vive in condizioni di estrema povertà nonostante sia il primo paese produttore di cobalto e l'undicesimo produttore di rame a livello mondiale. A questo va aggiunta la strage dell'AIDS, tragedia che sta sterminando intere generazioni dell'Africa sub-sahariana allo sconcertante ritmo di una morte ogni dieci secondi. « Non era mia intenzione dedicare questo lavoro fotografico specificamente al problema dell'AIDS ma, non avendo di fatto incontrato una sola persona nel corso del mio viaggio la cui vita non fosse stata segnata indelebilmente dall'epidemia o dalle sue conseguenze, ho capito che è impossibile oggi parlare dell'Africa sub-sahariana senza parlare di AIDS».

Tuttavia i soggetti di Caramaschi non chiedono pietà, anzi. Sono sguardi profondi e consapevoli, che raccontano la dignità e la dolcezza con la quale gli africani rispondono all'ingiustizia, alla miseria e alla malattia. « Io sono il fotografo, il medico della loro immagine, che per un decimo di secondo può curare ogni male».

E, in alcuni dei ritratti, se non fosse per qualche dettaglio e richiamo al mondo ricco, come i tappi di Fanta che sostituiscono i tradizionali dischetti d'osso o la medaglietta della Madonna di Lourdes, molto spesso i costumi usati per i rituali o le danze non sembrano cambiati molto da quelli descritti da Livingston nel 1860. E come se l'Occidente lasciasse solo i propri scarti dopo essersi subdolamente impossessato delle sostanze primarie.

Le fotografie di Caramaschi raccontano la magia di un mondo dove l'umanità e l'empatia tra gli esseri umani sono ancora valori fondamentali del vivere sociale, in cui il tempo è scandito dai ritmi della natura e non dalla nevrosi autodistruttiva dell'uomo, in cui la saggezza degli anziani è la guida rispettata dell'energia dei più giovani. Con "African Portraits" Caramaschi ripercorre ed evoca il ricordo ancestrale di una vita diversa, che forse vive nascosto nel cuore di ognuno di noi.