Interviste

SPECIALE/J.D.CALANDRA ITALIAN AMERICAN INSTITUTE/ Un think-tank italiano negli Usa

di Letizia Airos Soria

Davanti a me Anthony Julian Tamburri, Dean del J.D. Calandra Institute. Intorno tanti libri, appunti, fotocopie, cassette con film, riviste letterarie. Un attento osservatore, scorrendo con gli occhi il suo studio, a pochi passi dalla Public Library di New York, si accorge subito che nessun testo è poggiato a caso. E il gesto di Tamburri che i collaboratori e amici hanno forse visto più spesso è proprio quello di sfilare da una libreria un volume per poi aprirlo e leggerne una frase, un paragrafo.

Lo incontro questa volta per avere le sue impressioni al termine del convegno "Italians in the Americas" organizzato dal suo Istituto. Ma la conversazione cresce e diventa piano piano un'intensa riflessione che supera considerazioni legate ai tre giorni di proficuo lavoro. Del resto questo simposio rappresenta per lui sì un punto di arrivo, dopo un anno e mezzo di reggenza del Calandra, ma è anche un punto di partenza per ulteriori sfide.

Tamburri comincia visibilmente soddisfatto: "E' andato benissimo. Prima di tutto perchè i temi erano tanti e diversi da quelli che di solito si vedono nei convegni italo-americani. Per esempio abbiamo avuto due interventi interessantissimi sugli italiani in America Latina, come quello di David Aliano sul fascismo, di Stefano Luconi sulla mobilitazione politica in Argentina e Stati Uniti. Poi grazie agli studi di Vincenzo Milione e Maddalena Tirabassi abbiamo avuto la possibilità di riflettere con dei dati precisi sui numeri dell'emigrazione nelle Americhe".

Il convegno ha visto relatori provenienti da diversi paesi, Tamburri ha voluto usare nel titolo il termine Americas in senso inclusivo. Ma cosa accomuna gli italiani nelle Americhe secondo lui? "Il modo di sentire l'Italia", dice. E con particolare intensità aggiunge: "Tutti guardano verso l'Italia, anche se lo fanno diversamente. Anche perché, ad esempio, l'accoglienza argentina o brasiliana è stata molto diversa di quella statunitense. Basta pensare al fatto che l'Argentina è una nazione anche di carattere ‘mediterraneo'".

Esiste dunque una specificità statunitense, e quindi anche il concetto "rinegoziazione continua dell'identità", motivato da Fred Gardaphe nella sua prolusione inaugurale, è prettamente legato alla realtà statunitense?

"Si. Quella dell'immigrazione negli Stati Uniti è una storia molto particolare. Anche rispetto al Canada. Se esaminiamo poi non solo gli studi, ma anche i romanzi o i film, ce ne rendiamo conto molto bene."

Ma quali sono secondo il Dean del Calandra i temi del convegno che andrebbero sviluppati meglio in futuro?

"Da un punto di vista accademico, la psicologia e la politica. Il Calandra realizzerà in autunno un libro che raccoglie 30 anni di studi di carattere socio-psicologico. Lavori realizzati da professori che sono venuti qui a lavorare come fellow, di studiosi che hanno avuto rapporti a diverso titolo con il Calandra o di membri del nostro staff. La maggior parte inediti fino ad oggi. Ora in Italians in the Americas c'era una sezione dedicata alla psicologia molto importante, e per certi aspetti unica, con Donna H. DiCello, Elizabeth Messina e Antonio Terracciano. Hanno infatti analizzato gli stereotipi ed una sorta di razzismo legato alla psicologia, facendo riferimento a Lombroso per quanto riguarda i meridionali. Per quanto riguarda la politica abbiamo avuto una sezione intitolata ‘Is there an Italian/American body politic?' Gli interventi molto illuminanti dei due politologi Ottorino Cappelli e Rodrigo Praino sono la fondazione di uno studio che va approfondito assolutamente su una rete politica italo-americana".

Avrei bisogno di molto spazio per riportare i contenuti di una conversazione che si è fatta sempre più piacevole ed interessante. "Sono state diverse le scoperte... Ci sono temi importanti che vanno ripresi subito. Il processo di rinegoziazione dell'identità su cui dobbiamo lavorare deve includere una riscoperta, dobbiamo andare indietro nella storia e porci delle domande, anche non belle e non comode. Dobbiamo cercare delle risposte e articolarle, anche se non sono quelle che ci aspettiamo."

Molti ritengono che questo sia un compito da porsi anche per la cultura italiana, nella patria d'origine...

"Certo. La stessa Italia deve ancora fare i conti con la sua emigrazione. La cosidetta cultura dominante italiana fino a pochi anni fa ha semplicemente preferito tacere. Per questo sono importanti le opere letterarie come Pane Amaro di Elena Gianini Belotti, e l'omonimo film di Gianfranco Norelli, il romanzo Vita di Melania Mazzucco, o anche il film My name is Tanino di Paolo Virzì, anche se per certi versi discutibile."

E per quanto riguarda la cultura dominante americana? Il successo degli "italoamericani" nel cinema hollywoodiano è innegabile, ad esempio, anche se per certi versi ha sollevato tante polemiche nella comunità.

"è vero, se l'americano italiano ha avuto successo nel cinema lo ha certo avuto prevalentemente quando si affrontava il tema della mafia. Nel primo periodo della storia della cinematografia sono stati girati 252 film sulla mafia, ma dal 1972 al 2000 ne sono usciti 700. Ma affianco a Vincent Minnelli e Frank Capra, che non abbiamo saputo apprezzare come cineasti italoamericani, ce ne sono ancora tantissimi altri che non sono stati riconoscuti come italoamericani. Per esempio Stanley Tucci, Greg Mottola, Gary Marshall, ed altri ancora come Tom di Cillo, Michael Cimino, Brian De Palma. Sono grandi registi che non hanno fatto solo film legati alla mafia. E ci sono molti film che vanno interpretati, che superficilmente sembrano non avere aspetti italoamericani.

Il nostro compito è quello di studiare tutti questi prodotti culturali ed insegnare ad apprezzarli."

Ma Tamburri non nega certo le responsabilità degli stesso italo-americani. "è anche un problema interno alla comunità americana italiana. Dal punto di vista culturale siamo una comunità ancora molto giovane e dobbiamo cercare di apprezzare di più i cosiddetti prodotti culturali. Libri, cinema, arti figurative ... Dobbiamo riconoscere allo studio di queste cose lo stesso prestigio che riconosciamo a gli studi che riteniamo più pratici, come medicina, economia. Torniamo anche ai classici: mens sana in corpore sano."

Sono tante le sfide, insomma. Cosa significa poterle affrontare da preside di un istituto come il Calandra?

"Quello che manca nel mondo degli americani italiani è ciò che io chiamo think-tank. Ce ne sono, per altri gruppi etnici. Il Calandra ha avuto fin dall'inzio il compito e la missione di fare anche ricerca, ma la sua funzione principale è stata a lungo quella di assistere e consigliare gli studenti della CUNY. Negli anni ‘70 si cominciava a capire che gli italoamericani incontravano difficoltà nel passaggio dal mondo della classe operaia a quello dell'istruzione post-liceale. La prima generazione che era venuta in America non aveva certo aspettative ed esigenze di questo tipo. Nella generazione successiva si era cominciato ad andare all'università, ma i problemi erano tanti. Molti studenti abbandonavano dopo qualche anno, e anche i professori di origine italiana rimanevano bloccati nelle promozioni. Non è facile negoziare questo viaggio. Nel ‘79 quando il Calandra è nato questo tipo di negoziazione era fondamentale. Ora i problemi sono diversi e nel 1995 l'Istituto è stato rilanciato come University Research Institute.

Ed ora dobbiamo diventare un vero e proprio think-tank".

Occorre una presenza di studi italoamericani nelle accademie. Occorre creare delle ‘scuole'. Cosa può fare il Calandra per promuovere altre cattedre?

"Abbiamo aperto la strada, ma dobbiamo cercare di collaborare a livello nazionale. Creare subito una rete di centri di studio che lavora per questo. Dobbiamo portare avanti un progetto, una filosofia. E dobbiamo aprire un dialogo con le itituzioni culturali in Italia a diversi livelli. Noi abbiamo collaborato, ad esempio, al Festival del Cinema di Pesaro, che ha presentato una sezione sul cinema italoamericano. A settembre il Calandra risponderà con un suo festival. E i centri di "studi americani" in Italia possono fare molto. Gli americanisti devono allargare i loro orizzonti per includere anche gli studi degli americani di origine italiana. Tempo fa c'è stata una rivista italiana che ha pubblicato un numero tutto dedicato ai gruppi etnici negli Stati Uniti... e solo gli italoamericani sono stati lasciati fuori! Lo stesso, va detto, è successo qui, negli ultimi anni con la famosissima American Studies Association (ASA). Il discorso inaugurale del suo presidente degli ultimi otto anni parla di tutto tranne che degli americani di origine italiana. Che non si riconosca questa produzione mi sembra inconcepibile".

Dunque ancora oggi se un giovane vuole intraprendere studi italo-americani non trova certo una strada spianata...

"Deve avere fortuna. Se trova un professore che ha interesse negli studi italoamericani gli va bene... Con Fred Gardaphe abbiamo intrapreso delle ‘conversazioni' per due o tre programmi di dottorato. Ma ci vuole tanta informazione. E il Calandra non utlizza solo canali accademici tradizionali... Ha un suo programma televisivo sulla CUNY Tv, Italics, e da qualche mese collabora attivamente al sito www.i-Italy.org la cui redazione ha sede qui da noi. In TV abbiamo solo 30 minuti, certo, ma attravero la Rete possiamo fare molto, anche con il video, e ci leggono da tutti gli Stati Uniti, e anche dall'Italia. Questo mese, in particolare, stiamo organizzando una serie di iniziative per scongiurare la chiusura del programma AP Italian. Un istituto come il Calandra, parte di una grande Università come la Cuny, deve essere un vero motore per la cultura italoamericana. Ed anche un luogo dove studenti possono fare degli stage. Abbiamo da poco diffuso un avviso che prevede possibilità di stage a diverso livello, nella redazione televisiva, in quella giornalistica di Internet, per il marketing, come collaboratore grafico".

E gli facciamo riassumere in poche parole i prossimi appuntamenti. I più importanti...

"Ogni mese abbiamo 12 eventi in calendario, ma sono quattro per ora quelli più grandi. A settembre il Festival del Nuovo Cinema Americano, in ottobre un simposio chiamato FIAC (Forum on Italian American Criticism) in collaborazione con Suny Stony Brook. Poi nel 2009, a marzo, avremo il Neapolitan Post Card sulla canzone napoletana nel mondo e, in aprile, il secondo convegno annuale chiamato The Land of Our Return. Questo sarà un momento importante di riscoperta e confronto, è un fenomeno non ancora molto studiato".

Anthony Tamburri: un vero vulcano di idee, progetti, iniziative. Si potrebbe continuare ancora per ore. Ma dobbiamo lasciarci, e uscendo dalla sua stanza mi viene curiosamente in mente una frase di John Adams del 1819, ancora illuminante sui "passaggi" generazionali: "Devo studiare la politica e la guerra in modo che i miei figli abbiano la possibilità di studiare la matematica e la filosofia, la navigazione, il commercio e l'agricoltura, per poter fornire ai loro figli la possibilità di studiare la pittura, la poesia e la musica".