TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Spine e dolori in scena

di Mario Fratti

Spessissimo i temi delle commedie che vediamo sono "la vita di scrittori ed attori; speranze e delusioni". Caso tipico è "Secrets of the Trade" di Jonathan Tolins al teatro 59E59 (Primary Stage Productions). In "The Grand Manner" di A.R. Gurney (Lincoln Center) abbiamo un giovane che è affascinato dall'attrice Katharine Cornell, la incontra e ci narra i dettagli.

In "Secrets" di Tolins abbiamo un giovane (Noah Robbins) che ammira le regie di Martin Kerner (il sempre brillante John Glover), gli scrive una lettera e, finalmente, lo incontra. Martin è gentile; lo ascolta e gli dà molti consigli. I genitori del giovane Andrew lo incoraggiano ma hanno anche qualche dubbio. Infatti il regista è ovviamente gay ed è forse un pericolo. La madre Joanna (la convincente Amy Aquino) va nell'ufficio per scoprire i dettagli di quella relazione. Perché Martin è così gentile? Lei li interrompe e, avendo riacquistato una certa fiducia, gli dice che era nel passato una ballerina e sarebbe pronta a tornare in palcoscenico. Suo marito Peter (Mark Nelson) non è contrario a carriere nel teatro. Non sospetta minimamente le intenzioni di questo maturo regista che dà il suo tempo ad un giovane che ha appena conosciuto tramite una lettera. Gli spettatori hanno invece qualche sospetto. I due s'incontrano in una camera da letto, parlano con intimità e Martin gli fa un massaggio. Fine del primo atto. Il regista Matt Shakman ci tiene, teatralmente, in suspense.

Il segretario di Martin è il simpatico Bradley (Bill Brochtrup). Difende spesso Martin, proteggendo la sua attività. Sono loro, forse, gli amanti. Per fortuna si scopre più tardi che Martin ha un amante da anni e non lo tradisce con nessuno. Ma diminuisce l'interesse per il giovane Andrew che è forse troppo esigente e petulante e nel secondo atto vediamo la delusione di un giovane che non ha molte speranze per il futuro. Si ha bisogno di protettori per aver successo in quel mondo. Ottimo dialogo. Il regista ha scelto attori di gran classe. Successo.
Le delusioni di attori e scrittori sono frequentemente nei monologhi. I miei colleghi li definiscono "navel-gazing". Guardare al proprio ombelico. Ne abbiamo uno nuovo e piuttosto originale, scritto ed interpretato da una giovane russa che vive ora in America. "Sex in Mommyville" di Anna Fishbeyn (teatro Flea, 41 White Street). Ci appare in vestaglia, un po' stanca. Ha dovuto pensare ai figli ed alla casa. Dove lo trova il tempo per scrivere? Ci parla della vita nell'Unione Sovietica con una certa nostalgia. Qui è tutto più difficile. Ha dovuto pagare per la produzione. E, siccome siamo in America, deve parlare di sesso. Ci dà dettagli sui suoi desideri di madre-amante che vorrebbe più tempo per i suoi orgasmi. Si muove bene, abilmente diretta da Sande Shurin, nota regista di New York. L'abbiamo ammirata per il suo coraggio e la sua spregiudicatezza. Vivere a New York significa imparare ad essere sincera. Qui si può parlare di sesso. Di qualunque tipo. Non mi sono annoiato, come succede spesso quando un attore, solo in scena, ci racconta i suoi guai.

Altri tre spettacoli degni di nota. Belle donne che cercano fama sportiva e problemi sanitari. Il primo è "All American Girls". Il regista Layon Gray ci ha sorpreso di nuovo con una forte storia afro-americana. Al tempio-teatro Actors (339 West 47th Street) presenta di nuovo "Black Angels over Tuskegee" che lodammo tempo fa. Lotta per diventare piloti contro i nazisti. Si alternano a "All American Girls", anche questo scritto e diretto da lui. Abbiamo ora belle donne sportive che, essendo di colore, hanno difficoltà a formare una squadra accettabile nel mondo dei bianchi. Amano il sofball e si stanno preparando per una partita contro una squadra di donne bianche. Hanno un'allenatrice severa. Arlene A. McGruder sa mantenere la disciplina e vuole cieca obbedienza alle sue regole. Fa paura a molte ma è così che si preparano gli atleti per una vittoria. C'è anche un momento in cui sembra lesbica nei suoi contatti fisici con la bella Daphnee Duplaix. Ma l'autore aggiunge teatralità, facendo scomparire l'allenatrice. Che è successo? Una che amava tanto il suo lavoro, ha scritto un vago messaggio ed è andata via? Non sono convinte. Arriva una giovane giornalista (Mari White) che indaga. Viene ostacolata da un dirigente bianco che ha qualcosa da nascondere (Steve Brustein). Storia ben costruita. Valido finale.

Di tanto in tanto si parla positivamente del miracolo che Obama e l'italoamericana (abruzzese d'origine) Nancy Pelosi hanno realizzato con la riforma sanitaria. Ma ci sono due drammi che ci ricordano gli orrori della trappola in cui cadono i malati. "All Day Suckers" di Susan Dworkin (440 Lafayette Street). Becca (Margaret Daly) è felice. Sta per sposare Sweet (Zachary Fine). Una telefonata le fa sapere che il padre ha avuto un infarto. Cominciano i guai in ospedale. Cure inutili, complotti per far pagare di più, affermando che l'assicurazione non era valida, ricatti. La protagonista perde il fidanzato e tutto il suo denaro. Una denuncia inesorabile. Testo importante.

Ancora più feroce è "Terms of Dismemberment" di Dorothy Marcic (libretto e liriche) e Frank Sanchez (musica). Una madre deve pagare un debito. Ha due figlie. Le costringe a vendere le loro uova per soddisfare i creditori. Sfruttamento feroce di giovani vite (tre attrici convincenti: Mary Jo Mecca, Laurie Veldheer ed Ashley Campana). Situazione incredibile, tragica.