TURISMO \ DE GUSTIBUS.../Un sorso di Falerno

di Generoso d’Agnese

 I cartaginesi avevano intuito subito le grandi potenzialità di quella terra incastonata tra gli aspri massicci dell'Appennino centro-meridionale e il Mare Tirreno, e Annibale non scelse a caso Capua per far riposare e ritemprare la sua micidiale armata in lotta contro Roma. La scelta tattica passò alla storia con il nome di "Ozii di Capua" e regalò ai posteri un sito destinato a essere il vero forziere agro-alimentare del Regno delle Due Sicilie. Una terra ricca nella sua produzione agricola e nei prodotti di allevamento, cui la Natura aveva donato le stimmate dell'alta qualità.
Nei secoli seguenti, questa vasta area pianeggiante e collinare della Campania Felix (il toponimo Campania deriva dall'adattamento fonetico di Capuania, terra che aveva come capitale proprio Capua) avrebbe regalato ai palati fini dei suoi vari padroni (sanniti, romani, longobardi, normanni, borbonici e imprenditori del Regno d'Italia) vini leggendari come il Falerno (celebrato nei papiri e nei documenti tramandati dagli antichi romani), stoffe preziose realizzate con la seta prodotta a San Leucio, mozzarelle di bufala di eccezionale prelibatezza.

Oggi quest'angolo di Campania si identifica in gran parte con la provincia di Caserta ma è soltanto l'ultima tappa di un percorso storico che nei secoli ha segnato lo sviluppo di questa area. Per tutti gli appassionati del turismo e della cultura del cibo, queste sono le "Terre di Lavoro", che sconfinavano nell'attuale lembo meridionale della provincia di Frosinone (il territorio di Sora), nel circondario di Gaeta (oggi in provincia di Latina), includendo anche lembi di territorio beneventano e una ricca fetta della provincia di Isernia (nel Molise). Una terra contesa e smembrata nei secoli dai vari rimescolamenti politici e amministrativi, ma rimasta sostanzialmente uguale a se stessa: opulenta!

Fu Plinio il Vecchio, nella sua celebre "Naturalis Historia",  a chiamarla per la prima volta "Leboriae", identificandola con un'area racchiusa tra Capua, Nola, Pozzuoli e Napoli. Nel 1092 comparve per la prima volta il toponimo TERRA LABORIS che con il tempo iniziò a identificare una terra più ampia che includeva anche la parte pianeggiante del Lazio e che con i Normanni e gli Svevi sostituì definitivamente il toponimo Liburia.
Con la promulgazione delle Costituzioni di Melfi, nel 1221, Federico II istituì il "Justitiaratus Molisii et Terrae Laboris", uno dei distretti amministrativi (giustizierati) voluti dal sovrano, una suddivisione amministrativa che resse fino alla Rivoluzione Francese e con l'avvento di Giuseppe Bonaparte. La nascita delle "Province" incasellò definitivamente le Terre di Lavoro nella provincia di Caserta, regalando all'attuale Campania una vera e propria miniera di eccellenze agroalimentari.

E' facile arrivare in quest'angolo d'Italia per chi ama trovare posti intrisi di quel mix di prodotti tipici, artigianato artistico, patrimonio architettonico e storico che rappresentano il "Made in Italy". L'Autostrada del Sole, Milano-Napoli, passa su queste terre e permette di deviare con grande facilità conducendo in poco tempo a Caserta, città che inevitabilmente farà rima con il Palazzo Reale, la  dimora storica appartenuta ai Borboni e proclamato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Voluto dal sovrano Carlo III di Borbone (in seguito salito al trono di Spagna), il Palazzo e i suoi straordinari giardini all'inglese e all'italiana, furono affidati all'architetto Luigi Vanvitelli (e in seguito al figlio Carlo) e rappresentò il primo atto di un vasto progetto di delocalizzazione amministrativa per il regno borbonico. Nel progetto venne inclusa anche l'area urbana circostante e la realizzazione di un nuovo acquedotto (acquedotto carolino) che attraversava il nuovo villaggio industriale di San Leucio.
Il borgo medievale di Casertavecchia, con il suo duomo di San Michele  dell'XI secolo, la contigua Chiesa dell'Annunziata, e il Castello Medioevale con la Torre fanno da corollario a una vista mozzafiato che permette di spaziare da un'altezza di 400 metri su tutta la pianura delle Terre di Lavoro. La tappa al villaggio "utopistico" di Ferdinandopoli anticipa quella dedicata al centro storico del capoluogo di Provincia e al complesso monumentale di Sant'Agostino. Caserta, intrisa di palazzi storici e di splendidi manufatti religiosi, si identifica anche con l'immensa piazza situata davanti la Reggia, voluta da Carlo III e considerata tra le più grandi d'Europa.

Posta all'ombra dei monti del Matese, la Terra di Lavoro incastonata nella provincia di Caserta, poggia gran parte della sua economia sull'abbinamento turismo e agro-alimentare, un binomio che per molti esperti di economia dovrebbe rappresentare un eccezionale volano per un territorio letteralmente immerso nel suo patrimonio storico e agricolo. Monte Santa Croce, con il vulcano spento di Roccamonfina, al confine con il Lazio, i  Monti Trebulani e i Monti Tifatini punteggiano un agro pianeggiante che da secoli offre una ricca produzione tipica e che oggi viene rilanciata attraverso progetti sinergici di salvaguardia ambientale, valorizzazione delle tipicità e realizzazione di itinerari ecoturistici (sono previste ad esempio sei ciclopiste per turismo sportivo).

Aversa, sinonimo italiano di mozzarelle di bufala, Santa Maria Capua Vetere, Maddaloni, Castel Volturno, Capua rappresentano altri punti chiave di una Terra di Lavoro divenuta orfana di Gaeta, del territorio di Latina, e di Sora, ma capace di lasciare intatto il fascino dei suoi straordinari manufatti. Tappa importante, alla scoperta della Terra di lavoro, potrebbe ad esempio essere la tenuta di Carditello, progettata da Francesco Collecini e considerata una delle più importanti opere di architettura neoclassica. Carditello non è soltanto un monumento al genio architettonico italiano ma rappresenta un vero e proprio laboratorio dell'innovazione agro-alimentare che nell'ultimo secolo ha concentrato i suoi sforzi sulla produzione di mozzarella, per la coltivazione di canapa e lino, legumi e cereali e per l'allevamento di cavalli e bufale. Oggi questo sito è oggetto di recupero da parte di esperti che credono nella valorizzazione delle residenze e dei "Siti reali", ereditati dai Borboni.

La grande scommessa della Terra di Lavoro è rappresentata soprattutto dal recupero e dalla valorizzazione delle sue tipicità. E se la mozzarella di bufala mantiene inalterata la sua fama internazionale identificandosi con l'ex Campania Felix, merita particolare attenzione la "reconquista" di alcuni vitigni coltivati in epoca remota sui declivi collinari di quest'angolo d'Italia meridionale. Chi sceglie di immergersi nei sapori di questo territorio non può mancare di innaffiare i cibi con l'Asprinio d'Aversa (DOC) , prodotto ad Aversa, Casal di Principe, Carinaro, Casapesenna, Frignano, Lusciano, Parete, S. Cipriano d'Aversa e Teverola. Vitigno simbolo di una viticoltura eroica, con una produzione limitata ma di grande fascino, l'Asprinio contende al Falerno del Massiccio al Galluccio e al Pallagrello l'Oscar della tipicità di questo territorio. Il Falerno (DOC) è un vino leggendario, decantato fin dai tempi dell'Impero romano, oggetto di culto da parte dei poeti della classicità, questo vino rosso è ottenuto da uve Aglianico e Piedirosso, viene prodotto in un'area ristretta intorno al Massiccio del Massico e ha un gusto fresco e aromatico. Il Galluccio (DOC) viene prodotto in un'area ristretta intorno al vulcano spento di Roccamonfina e ha nell'aglianico la sua uva di riferimento. Altrettanto leggendario è il Pallagrello, vino amato da Ferdinando IV di Borbone, prodotto a Casavecchio, che soltanto agli inizi del '90 fu riscoperto per una produzione molto esigua.

Chi si ferma nella Terra di Lavoro non potrà esimersi dal degustare il "conciato romano", considerato il più antico formaggio italiano e risalente alla civiltà sannitica, o una grigliata di Pelatello, il maiale nero casertano allevato allo stato brado nelle quercete dell'Alto Casertano. Ziti ripieni, zuppe di cardi di Sessa Aurunca, sanguinacci, mostaccioli di Capua, castagnaccio di Roccamonfina, le "laine" (tagliolini larghi fatti a mano), melannurca campana, provola affumicata, pastiera di tagliolini, "guanti" (zeppole fritte) e "scrippelle" rappresentano il completamento di una conoscenza che permette di riscoprire una delle terre leggendarie della nostra Italia, un viaggio andata e ritorno negli "ozii di Capua" all'insegna della bontà dei cinque sensi.