MUSICA LIRICA \ I CARTELLONISTI - 1/L’opera sul manifesto

di Mario Fedrigo

Noi frequentatori di teatri, melomani incalliti e tremendamente fanatici dell'opera lirica, del bel canto, abbiamo sempre guardato di sfuggita i manifesti, i cartelloni che riproducono i momenti caratterizzanti di un'opera. Abbiamo fatto male. Se li guardiamo meglio vediamo che l'autore, con grande perizia, ha creato un'immagine che esprime la chiave di volta di quell'opera. Cosa non facile che richiede grande abilità comunicativa, cultura, stile raffinato, accuratezza nella grafica della figura e dell'oggetto.

Tra i numerosi artisti che si sono dedicati a queste produzioni, giganteggia indubbiamente, Adolf Hohenstein (San Pietroburgo, 18 marzo 1854 - Bonn, 12 aprile 1928). Un pioniere del manifesto, pittore, illustratore, scenografo, figurinista, uno dei più importanti cartellonisti pubblicitari. Fra bozzetti figurini e tavole ha prodotto oltre 757 lavori. L'esperienza teatrale gli permette di venire in contatto con i più insigni musicisti dell'epoca, tra i quali spicca il nome di Giacomo Puccini.  

Mascagni, Franchetti, Puccini, Verdi, costituiscono un crescendo di compositori che sono i testimoni dell'importanza di Hohenstein che ha avuto il teatro d'opera nella sua carriera. E' da poco rientrato in Italia quando nel 1884 esordisce come scenografo con Le Villi di Giacomo Puccini. La prima opera per il musicista toscano e il primo allestimento, documentato, per l'artista tedesco; inizia così una collaborazione che coprirà un arco di vent'anni, e che vedrà Hohenstein presenziare con le scene, i costumi o anche con il solo manifesto a tutte le "prime"pucciniane, fino a Madama Butterfly nel 1904.

Ma è il sodalizio con Giulio Ricordi a fargli conseguire un ruolo di primo piano tra i pionieri del manifesto pubblicitario. Nell'atelier delle Officine grafiche Ricordi, dove svolge l'attività di un vero e proprio moderno "art director", coordinando la promozione editoriale delle produzioni musicali, il talento di Hohenstein investe di sé le copertine dei libretti e degli spartiti, locandine, cartoline e i famosi manifesti. I più celebri sono quelli realizzati per le opere di Puccini, come La Bohème, Tosca, Madama Butterfly e quelli per il Falstaff di Verdi e l'Iris di Mascagni.

Il manifesto della Bohème è il primo esempio in Italia di cartellone operistico. La ricchezza armonica dei colori, l'utilizzo della disposizione prospettica e il dinamismo dei personaggi acuiscono l'impatto visivo con l'immagine rappresentata. Nel manifesto di Tosca è messo in risalto, con la teatralità di luci e ombre, il momento drammatico della morte di Scarpia. Il manifesto di Madama Butterfly, trasmette angoscia con la gestualità che prorompe dal braccio proteso verso il bimbo bendato.

Quando Verdi nel 1893 mette in scena il suo ultimo capolavoro Falstaff, Hohenstein oltre a curarne l'allestimento ideando scene e costumi, ritrae artisti e Maestro durante le prove. E' una sequenza vivacissima di disegni a matita e acquerelli, che ci permettono di essere ancora oggi presenti a quei momenti unici e come noi anche gli allora lettori della Gazzetta Musicale di Milano, rivista edita dallo stesso Ricordi, che li pubblica, creando così nel lettore l'attesa sempre più viva per l'arrivo in scena dell'ultimo capolavoro verdiano. Per Falstaff sceglie un colloquio, tra il serioso e il faceto, con la comare Quickly, la messaggera del presunto amore di Alice e Meg. L'aspetto della donna è molto convinto "siete un gran seduttore", così come il viso di Sir John esprime la certezza di esserlo: "Lo so" risponde.

Per Iris, l'opera "giapponese" di Mascagni, Hohenstein ha dipinto molti manifesti quasi non trovasse quello più espressivo a descrivere la tragedia di una fanciulla che vive godendo della luce del sole ("Inno del sole") e della natura, lieta di una sua disarmante ingenuità ("Ho fatto un triste sogno pauroso"), e diviene oggetto dei desideri di un sensale, Osaka, che la rapisce. Anche il contesto è difficile da rendere in un cartellone, perché il Giappone raffigurato nell'Iris è sostanzialmente una terra di fantasia, un paese di sogno inventato, ben diverso da quello "autentico" di Butterfly. È una vicenda esile, priva di un forte mordente teatrale i cui personaggi sono appena delineati e sembrano piuttosto bambole o fantocci, dai moti e dalle reazioni improvvise e quasi ingiustificate. Iris ha sempre con sé una bambola, su cui proietta le sue pene, con un transfert psicologico; il Piacere è rappresentato come un'orrenda piovra dipinta su un paravento; e, su tutto, preannunciata fin dal titolo, la metamorfosi donna-fiore. Difficile cogliere queste multiformi sensazioni già descritte dai modi di canto di quest'opera. Basti ricordare l'originalissima tornitura dell'aria "della piovra", con quei melismi arcaizzanti e con quella sillabazione serrata, come di un "passo" orientale affrettato e ansimante.