STORIA & SOCIETÀ/L’altra faccia dell’unità

di Niccolò d’Aquino

Stupri di massa, violenze selvagge, razzie, saccheggi, spoliazioni, centinaia di migliaia di innocenti civili massacrati senza alcuna colpa, un intero vastissimo territorio deliberatamente spinto e lasciato in miseria. Nemmeno colonizzato dai conquistatori. Normalmente i colonizzatori hanno interesse a che le loro colonie siano produttive, ma questi vincitori erano anomali: vollero solo distruggere. E poi, come se non bastasse, l'accusa proprio alle vittime di essere loro i ladri, i criminali, i nullafacenti, gli incapaci.

E' l'altra faccia della medaglia dell'unità d'Italia, quella mai raccontata. E che ora un giornalista, Pino Aprile, pugliese con una lunga militanza professionale a Milano, racconta in «Terroni» (Piemme Editore). Un libro terribile ma inequivocabile, a cominciare dal sottotitolo: "Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali". Un libro che in pochi mesi ha superato la ventina di edizioni e sta provocando polemiche a non finire, con articoli pro e contro e la rete di Facebook impazzita dove il commento entusiasta più moderato è: «Obbligatorio leggerlo». Un libro che il comico-politico Beppe Grillo propone seriamente come testo nelle scuole, mentre altri tuonano accusando l'autore di essere un nostalgico dei Borboni («Mai stato. Non sono nemmeno monarchico, non lo sarei nemmeno se il re fossi io»). Un libro impossibile da riassumere, troppo lunga e documentata l'elencazione degli orrori. L'unica, davvero, è leggerlo.

Ma, in sintesi, qual è il messaggio che hai voluto lanciare?
 «Io, per la verità, non avevo alcuna intenzione di lanciare un messaggio. Il libro, come gli altri che ho scritto, nasce da una mia curiosità. Non mi quadravano alcune cose della nostra storia, quella che ci hanno sempre insegnato a scuola: un Arcangelo seguito da un migliaio di cherubini, cioè Garibaldi e le sue mille Camicie rosse, accolti da una popolazione festante e giuliva. Non mi spiegavo perché il Meridione, se stava davvero tanto male, si fosse opposto con una guerriglia sanguinosa ai liberatori che avevano portato il benessere».

La guerriglia dei cosiddetti "briganti"...
«Che briganti non erano. Ma molto spesso ufficiali e soldati del regolare, ancorché sconfitto esercito borbonico. Il Sergente Romano, uno delle mie parti che la storiografia ufficiale bolla come feroce bandito, era un militare. Che, viste le stragi ai danni della popolazione meridionale, cercò di opporvisi. Combattendo con un valore riconosciuto dagli stessi "nordisti", ma mai in dichiarazioni ufficiali. E al quale, quando venne catturato, venne rifiutata la morte onorevole da soldato che chiedeva e che gli sarebbe spettata: fu barbaramente trucidato. Come centinaia di migliaia di altri meridionali. Che finirono, e sparirono nella calce viva senza mai essere documentati per nome, nei campi di sterminio allestititi al Nord».

Campi di sterminio?
«Per esempio in quello di Fenestrelle a una settantina di chilometri da Torino, la più alta fortezza d'Europa dove avevano divelto le finestre per far morire congelati più rapidamente i meridionali deportati. Il cui periodo medio di sopravvivenza era di tre mesi. Poi i loro cadaveri venivano sciolti nella calce. E lì c'è ancora una scritta che dice: "Un uomo vale per quel che produce". Ti fa venire in mente un'altra frase tristemente celebre in un altro campo di concentramento? Ci hanno messo anni, facendo anche ricorso a leggi che gridano vendetta. Il punto che non mi spiegavo, insomma, era perché - una volta persa la guerra - a opporsi ai "vincitori" non fosse stata una minoranza di ex benestanti che, magari, avevano perso dei privilegi. Ma un'intera popolazione».

E' una delle cose che, come scrivi nel duro capitolo iniziale di questo tuo durissimo libro, tu dici che non sapevi. La lista dei tuoi "non sapevo", un vero decalogo delle colpe del Nord che tra qualche mese verrà anche portata a teatro, è sconvolgente e non lascia dubbi.
«Insisto: se la stragrande maggioranza della popolazione meridionale fosse passata, grazie alla vittoria sabauda, dalla povertà e dalla dittatura al benessere e alla libertà, allora perché se ne sono andati in 20 milioni dal Sud? Perché il Meridione, che fino ad allora non aveva conosciuto l'emigrazione, diede vita a una vera e propria diaspora? Sono fuggiti, per la prima volta nella loro storia. Ci sarà pure stato un motivo. Alla fine tutti questi interrogativi che sono andato scoprendo nel corso degli anni sono diventati troppo pesanti per tenermeli dentro. E sono finiti in pagina».

Quella italiana non è certo l'unica guerra tra Nord e Sud. C'è stata anche la guerra di secessione negli USA.
«Ed è proprio uno dei raffronti che mi indignano. Le due ferocissime guerre interne, in Italia e in America, sono avvenute più o meno negli stessi anni. Ma la differenza è che gli Stati Uniti, al termine di battaglie che fecero una quantità di morti, si riunificarono per davvero. Sono davvero diventati un Paese unico, sia pure formato da vari Stati e rispettando le identità locali. Oggi, negli Stati Uniti gli eroi del Nord e quelli del Sud vengono ricordati e celebrati allo stesso modo, con lo stesso onore, nello stesso unico Olimpo nazionale. In Italia, invece, ci prepariamo all'anniversario dei 150 anni di unità celebrando e sottolineando la vittoria del Nord e la sconfitta del Sud: inneggiamo soltanto ai conquistatori, dei combattenti del Sud non si parla. L'unico riferimento al Sud è, incredibilmente, nel museo lombrosiano di Torino dove viene esposta una "testa di meridionale" quindi - il messaggio implicito è questo - di un pericoloso brigante naturalmente incline alla violenza. Prova a immaginare se a New York, per un anniversario della Guerra di Secessione, esponessero la testa di un soldato confederato dell'Alabama. Che cosa succederebbe? I newyorkesi per primi si rivolterebbero».

Un libro non ha mai successo per caso. Il tuo «Terroni» esce in un momento di grandi fermenti, con la Lega che al Nord soffia sul fuoco della secessione. Al Sud che reazioni sta provocando il tuo libro?
«Questo libro, in verità, sarebbe dovuto uscire sette od otto anni fa. Ne avevo tanti capitoli pronti, anche se non messi insieme, taluni sotto forma di articoli dedicati soltanto a una particolare vicenda. Ma ogni volta mi sembrava insufficiente. E' stato l'Editore a spingermi: "Forza, adesso o mai più". Me lo hanno letteralmente strappato dalle mani. Ma, per rispondere alla seconda parte della tua domanda: questo libro ha intercettato un sentimento diffuso e silente nel Meridione. Che il mondo della comunicazione non coglie o non vuole cogliere perché, in Italia, tutti i media sono nelle mani del Nord; per non dire di una sola persona del Nord che ora controlla anche le televisioni pubbliche. Anche l'Editoria è tutta settentrionale. E quella che non lo è, è come se lo fosse: per giri politici e altro facilmente immaginabile. Ma, dalla enorme quantità di lettere e messaggi che ricevo, dalla gente che mi parla alle numerosissime presentazioni di "Terroni" che sto facendo in giro per l'Italia, al Nord come al Sud, ho ricavato reazioni potentissime. Che prima o poi dovranno essere colte. Ho incontrato tantissime persone che, davvero, non ne possono più. "Siamo stati e continuiamo a essere derubati. Eppure chiamano noi ladri", mi dicono. Un ministro della Repubblica, il leghista Roberto Calderoli, affibbia delle epiteti terribili ai meridionali. Come il nazista Goebbels che definiva gli ebrei "topi da derattizzare". E Calderoli è quello a cui la politica tutta, anche la sinistra, ha affidato la riforma della Costituzione. Questo è un signore che dovrebbe assicurare equità e pari trattamento a tutta la Nazione, e lui invece ritiene almeno un terzo della popolazione dei topi da derattizzare!».

Questo sentimento di reazione di molti meridionali a che cosa può portare?
«In tanti ormai dicono: "Basta, non ne possiamo più. Se questa è la situazione, allora è meglio andarcene per la nostra strada". Io non sono d'accordo e lo spiego ogni volta: la separazione è la certificazione della sconfitta di tutti, settentrionali e meridionali. E poi: ci si indebolisce. E si va contro la Storia. In un momento in cui stanno cadendo le frontiere e si formano grandi alleanze politiche e commerciali, come l'Unione Europea, si vorrebbe dividere l'Italia in due Stati che sarebbero molto più piccoli e molto più ininfluenti? Tra le persone che incontro, c'è chi ancora riesce a mettere a freno la rabbia facendo prevalere la ragione. Ma c'è anche chi mi risponde: "Sì, giusto. Ma se non c'è niente da fare, se ci trattano sempre così, allora ci siamo definitivamente rotti le scatole. Meglio separarci". Quale delle due posizioni prevale? Voglio sperare di non essere ancora in grado di fare una classifica. Io, da parte mia, cerco di spiegare che essere del Nord non significa automaticamente essere leghisti».

Insomma, spieghi anche le ragioni del Nord?
«Racconto quello che vedo e sento. Quando vado a presentare il libro in una città del Nord, succede sempre la stessa cosa. Il pubblico mi guarda spalancando gli occhi, perché queste terribili cose - tutte le violenze, gli stupri, i soprusi, le sistematiche ruberie e spoliazioni ai danni del Sud, la volontà di non farlo mai crescere, gli investimenti raccolti anche con le tasse del Sud ma destinati sempre alle opere del Nord - loro non le sapevano. E quando le dimostro - dati, cifre e episodi alla mano - diventano consapevoli e passano dalla nostra parte. Mi è capitato di vedere spettatori, imbarazzati, rivolgersi al loro vicino e amico meridionale come a scusarsi. Ecco, è per questo che dico che non dobbiamo regalare il Nord alla Lega. La realtà è che sia i settentrionali sia i meridionali d'Italia sono entrambi vittime della stessa negazione della verità. L'armadio che contiene gli incartamenti del generale Enrico Cialdini, il militare che più di altri guidò la lotta al "brigantaggio" cioè uno degli artefici principali della repressione, è ancora chiuso dopo 150 anni. E i documenti all'interno non stati nemmeno catalogati. Perché?

Agli studenti del Nord hanno insegnato che i meridionali erano oppressi, poveri e arretrati. E che Garibaldi e un manipolo di mille santi settentrionali - e bada che lo stesso Garibaldi li definiva "tutti avanzi di galera" votati al crimine - erano andati a rischiare la vita per garantire il Paradiso anche al Sud. Invece: ci hanno sterminati, ci hanno bruciati vivi nelle case, hanno cancellato decine di paesi, alcuni spariti per sempre dalle carte geografiche, hanno riempito le casse del nuovo stato unificato prendendo tutti i soldi dal tesoro del Regno delle Due Sicilie mentre Piemonte, Lombardia e Veneto, quasi in bancarotta hanno contribuito con l'un per cento o poco più (e questo è nei libri di storia e di economia, anche se non se ne parla mai), hanno razziato tutto con libertà di saccheggio, di stupro a ripetizione sulle donne del Sud, hanno istituito i primi campi di sterminio, Fenestrelle non è stato certo l'unico. Avevano anche chiesto all'Argentina, che rifiutò, di avere in prestito "temporaneamente" la Patagonia per mandarci i meridionali. Perché "temporaneamente"? E' lecito sospettare che la volevano giusto per avere il tempo di sterminarli».

Che cosa succederà in Italia, secondo te?
«Ti rispondo anche se sembra che la prendo alla larga. Perché da Milano fino a Roma o, se vogliamo, fino a Napoli l'Italia è facilmente raggiungibile e da Napoli in giù no? Perché nel piano del 1952  per costruire le autostrade vennero stanziati i soldi, presi - ripeto - anche dalle tasse dei meridionali soltanto per le autostrade del Nord? E quando quelli del Sud chiesero spiegazioni la risposta laconica fu: "Al Sud no". Perché per costruire un chilometro di binari ad alta velocità tra Torino e Milano, tutta pianura dove la posa è semplicissima, si spendono cifre tre-quattro volte superiori se non di più di quanto avviene in regioni montuose - quindi con gallerie e altre difficoltà - in Francia o Spagna?».

Uno come te, dopo questo libro-denuncia e soprattutto nell'attuale spaesamento politico, avrà ricevuto offerte di candidature al Parlamento...
«Da tanti partiti. Ma rispondo sempre che ognuno deve fare il proprio mestiere. E, scherzando, aggiungo che, oltre tutto, non ho i requisiti fondamentali: sono incensurato, nessuno ha pagato a mia insaputa la mia casa, nessuno mi ha mai mandato splendide fanciulle professioniste del mestiere più antico del mondo pagandole per farmi credere di essere un latin lover, non frequento transessuali, non ho automobili blu di servizio. Insomma: non sono capace di rubare. E, tra l'altro, sono vergognosamente monogamo».