Libera

Lo Sicco, la Sicilia migliore

di Elisabetta de Dominis

Se sto qui, se da nove anni sono "Libera" davvero e grazie ai direttori Andrea Mantineo e Stefano Vaccara posso dire la mia senza censure e grazie a voi che mi leggete il mio pensiero trova un senso, lo devo però soprattutto a una persona speciale: Giancarlo Lo Sicco. Critico e giornalista enogastronomico del Gambero Rosso e dell'Espresso, è stato lui a presentarmi nel 2000 Graziella Bivona che, come sapete, è uno dei pilastri di America Oggi.

 Mi dispiace che, solo ora che Giancarlo non c'è più, io mi renda conto che non posso esprimergli la mia gratitudine. Posso in parte rimediare estendendola a Nino Aiello, suo collega e amico fraterno, insieme al quale Giancarlo per vent'anni ha fatto emergere le eccellenze siciliane, impiantando presidi Slow Food, e  promuovendo manifestazioni enogastronomiche che hanno dato prestigio alla Sicilia, come Inycon, la festa del vino a Menfi (Agrigento), Art Cheese, rassegna internazionale di formaggi artigianali a Donnafugata (Ragusa), Cous Cous Festival a San Vito Lo Capo, a cui partecipano tutti i paesi del Mediterraneo.

Ci conoscemmo quindici anni fa a Milano: eravamo stati "reclutati" da Edoardo Raspelli, allora a capo della guida dei ristoranti dell'Espresso, come critici per i ristoranti delle proprie regioni. Dopo poco Giancarlo e Nino m invitarono alla festa del vino a Menfi: scopersi la Sicilia, scopersi un mondo. C'era tutto: antichi templi testimoni di saperi millenari e sapori veri di terra, di mare, di sole che non erano solo abbronzatura e vacanza, ma erano persone che sapevano darsi e darti piacere, generose e accoglienti, calorose quanto la loro terra. Io ero golosa di storia e di cibo e volevo vedere e nuotare. E tutto questo mi fecero fare Nino e Giancarlo, per anni. Conobbi un sacco di persone e feci molte amicizie.

Poi io mi stancai di scrivere di cibo con assiduità, perché per me era ed è solo un'esperienza emozionante, loro d'altro canto privilegiarono l'attività giornalistica all'organizzazione di eventi e dunque non ebbi più l'occasione di "scendere" in Sicilia più volte l'anno. Ma Giancarlo mi chiamava sempre per sapere come andava, in particolare in un periodo piuttosto difficile della mia vita familiare.

Aveva solo 56 anni e martedì scorso stava entrando in un ristorante a San Vito Lo Capo. Poi per lui è arrivato il buio. Aveva un vezzo: ci teneva a sentirsi dire che non dimostrava la sua età, ma quello che aveva di veramente giovane era lo sguardo che non invecchiava. I suoi occhi nerissimi sembrava ridessero sempre trasmettendo il suo modo ironico di vedere la vita, scevro tuttavia da critiche. Coglieva infatti sempre il lato positivo di una persona come di un vino, forse perché si accostava con la curiosità di un bambino e non disprezzava mai niente. Della sua regione era proprio innamorato e vedeva solo le cose belle che voleva condividere con gli altri, dimostrando una generosità intellettuale incredibile. Era sempre pronto ad aiutarti, se dicevi che volevi venire in Sicilia, e ti forniva poi ogni sorta di indicazioni. Come era sempre pronto a coinvolgerti in qualche progetto di lavoro e ti serviva il lavoro su un piatto di divertimenti.

Aveva appena dato alle stampe il suo primo libro, di cui andava orgoglioso: "Memorie gastronomiche della città perduta", quasi un testamento spirituale dedicato al padre nel quale ripercorre la sua educazione gastronomica nella Palermo patriarcale di cinquant'anni fa che l'ha portato a diventare un raffinato gourmet.