RELIGIONE \ PERSONAGGI/“Giusto tra le nazioni”

di Paola Milli

Beniamino Schivo, Monsignore, a Città di Castello da ottantasette anni, nel giugno scorso ha festeggiato due importanti ricorrenze: il ventiquattro cadevano i settantasette anni di sacerdozio e dopo quattro giorni il traguardo dei cento anni; una vita spesa interamente per nutrire di verità evangelica gli umani accadimenti, portando il messaggio cristiano tra la gente, con la semplicità e l'umiltà che solo i grandi sanno esprimere. A tredici anni lasciò la sua casa di Gallio, in provincia di Vicenza, al seguito del vescovo Carlo Liviero, poi beatificato, incontrato a Padova, che riconobbe in lui la vocazione sacerdotale, e scelse di seguirlo in Umbria, nella città dell'alto Tevere divenuta sua patria di adozione.

A ventitre anni è ordinato sacerdote, per trentacinque anni rettore del Seminario e contemporaneamente parroco di Belvedere, nella periferia di Città di Castello, poi vicario generale della diocesi e altri alti incarichi hanno testimoniato la sua autorevolezza, ma ciò che lo ha fatto conoscere nel mondo è l'essere stato nominato dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme "giusto tra le nazioni", un tributo che richiama alla mente gli anni terribili della guerra e delle persecuzioni naziste ai danni degli ebrei. Egli dette rifugio ad una famiglia ebrea di origine tedesca, in Italia per lavoro, i Korn, padre, madre e figlia furono nascosti da Beniamino Schivo che ospitò il padre in seminario e madre e figlia nel rifugio dei Salesiani, ma Don Bosco non c'entra, è un'istituzione locale, una villa in un bosco poco accessibile, poi gli spostamenti si susseguirono perché nessun luogo poteva definirsi sicuro.

Nel 1986 Monsignore ha personalmente piantato un albero nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, accanto alla targa scoperta a lui dedicata, in memoria dell'impegno prodigato contro la barbarie nazista. L'Italia, invece, ha premiato Schivo due anni fa, con la medaglia d'oro al valore civile consegnatagli dal Presidente Giorgio Napolitano. Abbiamo incontrato l'illustre prelato a Città di Castello dove tuttora risiede, lucido e cordiale, sereno, come assicura di essere sempre stato.


Mons. Schivo, cosa pensa del difficile, delicato momento che la Chiesa cattolica sta attraversando?

«Tutta la storia della Chiesa è costellata di momenti difficili, una storia di accoglienza e di rifiuti, per cui non credo che sia una novità questa fase attuale, io almeno non l'avverto. Ma ciò che prevale su tutto è la sua natura di accoglienza, anche nelle difficoltà, come leggiamo nel Vangelo, Gesù viene accolto, poi rifiutato e infine crocifisso».

Molti sacerdoti sono stati costretti a lasciare la chiesa per reati legati alla pedofilia, vi sono stati molti scandali anche in altri paesi d'Europa e nel mondo intero. Questo grave fenomeno non si era mai posto in maniera così preponderante all'attenzione della società o effettivamente non si era mai presentato?
«Debolezze vi sono sempre state, come le crisi di vocazione, la Chiesa è presente ovunque nel mondo e ora qua, ora là, qualche problema nasce e anche qualche caduta. Mi pare che non ci sia niente di straordinario, certo, è pur vero che io sono un po' fuori dal vivere d'oggi, però».  

Forse bisognerebbe fare più attenzione quando si scelgono i sacerdoti, quando si fanno i seminari preparatori e verificare se davvero hanno un'autentica vocazione?
«Questo non è vero, ci potrà essere qualche caso in cui ci voleva più accorgimento, più vigilanza, però, guardi che i vescovi, prima di porre le mani sulla testa di un nuovo sacerdote, ci pensano, pesano bene la situazione, non è un percorso così facile e immediato. Possono sbagliare, però, insomma, ciò costituisce l'eccezione e non la regola».

Cosa pensa di quei sacerdoti che lottano a fianco della gente, delle comunità, per migliorare le condizioni materiali  di vita, per il rispetto dei diritti civili, superando i confini tradizionali del magistero a cui sono chiamati?
«Ci sono tante forme per far conoscere il Vangelo e la parola di Dio, nascono continuamente nuovi movimenti, nuove associazioni, nuovi gruppi, a capo c'è quasi sempre un animatore, spesso un sacerdote. Ci sono buoni preti, anche giovani preti che abbiamo qui noi, hanno ciascuno il proprio carattere, il proprio stile, ma non dicono cose che preoccupano seriamente, nella Chiesa c'è tanto spazio per poter esprimere anche novità che a volte possono sorprendere, ma poi si rivelano provvidenziali».


Che cosa ha provato nel ricevere nel 2008 dal Presidente Napolitano la medaglia d'oro al valore civile?

«E' stata una cosa bella e inaspettata, una sorpresa gradita a cui non pensavo».


Un riconoscimento forse un po' tardivo?

«E' arrivato quando è arrivato e poi non è che abbia avuto una grande eco, anche qui a Città di Castello l'avranno forse saputo, ma non so quanti. Il riconoscimento da parte dello Stato ebraico è, invece, venuto molto tempo prima, ventiquattro anni fa, era il 1986. Andai personalmente a Gerusalemme, dove la Fondazione Yad Vashem mi ha nominato "giusto tra le nazioni". Era presente anche Ursula, la fanciulla salvata in quegli anni, oggi una matura signora che vive a New York».

Perché, secondo Lei, nel mondo c'è così tanta intolleranza verso i cristiani?
«Non è una dottrina comoda, ma si è preparati, del resto la fede vissuta comporta certi impegni, certi obblighi, certe attenzioni».

Ha conosciuto i partigiani del luogo, durante la Resistenza? Li ha aiutati?
«Noi la Resistenza l'abbiamo vissuta, eravamo qui: già prima del dramma finale, le porte del Seminario si erano aperte ad accogliere gente perseguitata per motivi politici o razziali, così si ritrovarono nello stesso rifugio tante vittime dell'odio e della guerra».


Gli storici hanno scritto del silenzio colpevole di Papa Pio XII che non si oppose, non prese posizione contro le leggi razziali del '38. Cosa ne pensa?

«L'ho letto,  ritengo non fondate queste deduzioni, il Papa non poté ufficialmente prendere posizione contro le leggi razziali perché ciò avrebbe scatenato terribili rappresaglie da parte dei governi di Mussolini e Hitler, sortendo l'effetto contrario di quel che si voleva tutelare, la vita di tanta gente perseguitata. Ciò non toglie che egli abbia fatto moltissimo per aiutare gli ebrei, lavorando in silenzio, scelse questa strada perché, se parlava, nuoceva. Si seppe che i nazisti volevano allontanare il Papa dal Vaticano, portarlo via, ucciderlo, ma non era per tutelare se stesso che Pio XII tacque, fu un modo per poter agire nell'ombra, strappando a morte sicura molte vite».

Che cosa ha guidato principalmente il suo magistero?
«La coscienza di fare la volontà di Dio, di vivere secondo quello che era il suo disegno, la sua verità».

Ha qualche rimpianto?
«Non saprei, semmai di non aver fatto perfettamente il mio dovere, però, più o meno, ho cercato di farlo».