A modo mio

Le Olimpiadi migliori

di Luigi Troiani

Mezzo secolo fa, l'Italia del boom economico, organizzando i XVII giochi olimpici, seppe esprimere uno sforzo che per i tempi era stato ritenuto impossibile, tanto più che il paese aveva sperimentato all'improvviso una rischiosa crisi politica  e sociale, culminata in luglio con i morti di Reggio Emilia (v. A modo mio del 10 giugno). Non solo la manifestazione ebbe luogo regolarmente tra il 25 agosto e l'11 settembre, ma in molti l'avrebbero celebrata come unica e speciale. In questo senso si è espresso il recente "Rome 1960: The Olympics that Changed the World", del premio Pulitzer David Maraniss, un libro così credibile da risultare "il più venduto del mese" in Amazon.

Alla vigilia, tre accadimenti avevano fatto sperare un'opinione pubblica internazionale atterrita dalla paura nucleare, non certo fugata dal viaggio in America, l'anno prima, del capo sovietico Krusciov.
Il percorso della fiamma olimpica attraverso l'Egeo sino alla Magna Grecia  e il caloroso incontro degli atleti in piazza san Pietro con Giovanni XXIII, avevano evocato il mondo di classicità e armonia che lo spirito olimpico è da sempre chiamato ad onorare. La familiarità mostrata dalle delegazioni sovietica e statunitense aveva documentato che nella guerra fredda era in corso una sorta di tregua, simile a quella che l'Ellade si regalava al tempo dei giochi di Olimpia.

Ovvio che tra gli atleti, molti dei quali appartenevano alle forze armate nei rispettivi schieramenti, brulicassero spie e infiltrati, ma risultava anche che il presidente del Comitato organizzatore Giulio Andreotti, allora ministro della Difesa, aveva promosso un'azione diplomatica su Washington chiedendo che aderisse all'intenzione italiana di vietare nei giochi propaganda politica.
Come evidenzia l'americano Maraniss, la realtà dell'Olimpiade fu tuttavia complessa. La partecipazione, con 5393 iscritti e 84 nazioni, superò ogni precedente. Il tramonto di stalinismo e colonialismo portò alla ribalta Mosca e il terzomondismo.

L'Urss si accaparrò 103 medaglie contro le 71 statunitensi, e 43 ori contro 34; la vittoria del maratoneta scalzo Abebe Bikila infiammò, con gli etiopi, tutti i paesi di nuova indipendenza.
La televisione portò per la prima volta ovunque le immagini di gare e vincitori: la Rai, allora con un solo canale, produsse ben 106 ore di trasmissione, rilanciate in tutta Europa. Si innescava una nuova era nella gestione politica, razziale e commerciale del rapporto tra masse potere e sport.

Il connubio tra televisione ed evento sportivo, con la visibilità fornita dalla pubblicità, richiamò l'attenzione interessata degli sponsor: così cadde il dilettantismo puro, mentre l'odore dei soldi spinse i più deboli e disonesti a cercare negli stimolanti e nelle droghe l'"aiutino" per la vittoria (il ciclista danese Knud Jensen, crollato improvvisamente a terra, fu probabilmente il primo morto di droga della storia olimpica).  
Tutto questo, e altro, impose Roma '60 nella memoria degli storici. Si trattò anche di un trionfo italiano, per l'organizzazione e la sicurezza inappuntabili, le strutture nuove ed efficienti: stadio, velodromo, palazzetti dello sport, piscine.

Il medagliere azzurro fu terzo dopo le due inarrivabili superpotenze, con campioni come Nino Benvenuti, Livio Berruti, Raimondo D'Inzeo. Spariva l'Italietta post bellica, e la nascente potenza industriale dava i primi segnali.
Si respira quel clima nello scritto di Maraniss: "Even the host city of Rome was infused with a golden hue... an illuminating that comes with a moment of historical transition, when one era is dying and another is being born".