A modo mio

Incubi da (im)potenza

di Luigi Troiani

Chissà se in questa estate horribilis, con la cappa di caldo che toglie il respiro e incendi che hanno divorato 9mila chilometri quadrati di territorio uccidendo persone e animali, minacciando siti nucleari e strategici, Putin il condottiero abbia sentito il bisogno di battersi il petto nel mea culpa della resipiscenza. Con la Russia in ginocchio, quasi quattordici milioni di moscoviti assediati da fumi e detriti polverulenti del fuoco, la mortalità nella capitale almeno raddoppiata, avrà forse ripensato al glorioso agosto 2007, quando fece piantare la bandiera sui fondali del polo Nord, lasciando capire che il potere del Cremlino avrebbero tratto giovamento dal riscaldamento globale.

Insolentendo ogni logica politica ed umana preoccupata dagli sviluppi climatici del pianeta, il nostro ebbe a dire che ai russi gli effetti del riscaldamento sarebbero risultati graditi, perché avrebbero concesso a sommergibili e scafi con la croce di sant'Andrea di solcare liberamente l'Artico, senza più la preoccupazione del ghiaccio invernale. Data per scontata la nazionalità russa della piattaforma continentale sino al Polo, la geoeconomia avrebbe dettato un'ampia campagna di trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas da aggiungere alle imponenti esportazioni di energia da idrocarburi e fossili che già ora condizionano Cina e Europa.

In successive dichiarazioni il capo russo si spinse a spaziare su più bucolici ma altrettanto rosei scenari: l'agricoltura, da sempre spina nel fianco dell'economia nazionale, avrebbe tratto vantaggio dal riscaldamento, e l'immensa zolla nera del confine orientale europeo sarebbe diventato il granaio del mondo. Contro Putin parlò, inascoltato, il vice ministro delle Emergenze Ruslan Tsalikov, spiegando che la riduzione del permafrost siberiano avrebbe liberato il gas metano intrappolato sotto il ghiaccio, e scatenato fiumi ingrossati dallo scioglimento con alluvioni apocalittiche.

Curiose le amnesie di Putin. Giovane graduato Kgb viaggiava su Mosca dalla sua Leningrado trascorrendo in treno intere notti in un oceano di conifere, eppure non sente che quel legno, con le tante dacie che contiene, ha una voglia matta di bruciare, che basta dargli esca e si cava lo sfizio. Non vede che governa un paese in pezzi, con il sistema sanitario senza fondi né personale e aneddotica raccapricciante, la protezione civile inesistente, gli addetti alla manutenzione del territorio malamente retribuiti e privi delle tecnologie per addomesticare le sfide dei tempi.  Ha dimenticato, l'ex spione sovietico, che un paese allenato a un millennio di resistenza al freddo e all'umidità, non passa dall'oggi al domani alla cultura del caldo e dell'aridità. L'entusiasmo putiniano per il calore, si è dimostrato una calamitosa premessa al disastro che ha colpito i russi in particolare i moscoviti (peraltro complici dell'eterno delirio di potenza che ammala gli slavi ortodossi), quando il paese è finito preda dell'estate più calda che mille anni ricordino.

   Il cambiamento climatico non farà sconti a nessuno, come hanno confermato questa settimana le alluvioni assassine in Asia ed Europa centrale. Nel caso russo vi sono le responsabilità degli squali che smantellarono la sicurezza sociale dell'Urss, gli oligarchi. Nel 1990 autorizzano la vendita degli spazi boschivi, privandoli di protezione e manutenzione. Nel 2000 Putin, appena arrivato alla presidenza, abolisce il ministero dell'ambiente, poi nel 2004 incorpora l'agenzia federale della forestazione al ministero delle risorse naturali, attivo nello sfruttamento della natura non nella sua protezione.
Nel 2006, sollecitato dalla potente lobby del legname, assegna le foreste ai governatori regionali, sciogliendo il corpo delle guardie forestali  forte di 70mila uomini.