ECONOMIA IN TAVOLA/Dall’Italia con Amato

di Filomena Troiano

La parola "pasta" deriva probabilmente da un termine greco che significa "farina mista a liquido" ed è tuttora un'impresa ardua attribuire a qualcuno la paternità di avere per primo mescolato grano polverizzato ad acqua così da ottenerne un impasto per uso alimentare. Non ci sono dubbi invece che un piatto di pasta su quattro consumato nel mondo è fatto in Italia che è leader nella produzione con 3,2 milioni di tonnellate. Stando alle stime della Coldiretti, ogni italiano consuma intorno ai 26 chili di pasta l'anno.

Impressionante però è la crescita negli Stati Uniti dove per quasi otto americani su dieci (77%) è diventata un appuntamento settimanale, mentre il 33% la mangia almeno tre volte a settimana. Le esportazioni dunque crescono a ritmi vertiginosi grazie anche all'affermazione del modello alimentare mediterraneo. Da quest'anno ad arricchire la tavola degli americani anche il gruppo Pasta Antonio Amato di Salerno. Il più grande pastificio del Mezzogiorno e quarto in Italia, con 160 dipendenti vanta il primato della tradizione ma anche del grande impulso alla trasformazione, a conduzione ancora esclusivamente familiar. Ad Oggi7, la storia di un antico brand che produce un milione di quintali di pasta all'anno. Ieri, Oggi e Domani nelle parole dell'ultimo dei delfini di famiglia,  Antonio Amato, amministratore delegato e codirettore dell'azienda

Quando e come nasce l'azienda Antonio Amato?
«La storia del pastificio inizia verso la fine dell'Ottocento quando lo zio di mio padre, Antonio, rilevò l'impianto di produzione Rinaldo a cui diede successivamnete il nome di Rinaldo&Amato per poi essere assorbito nella società, che è quella di oggi, Antonio Amato e C. Molini e Pastifici Spa, costituita nel giugno del 1958 a Salerno. Da Quattro generazioni dunque la mia famiglia è produttrice di pasta e la nostra rimane rimane un'azienda ancora a conduzione familiare».

Chi gestisce oggi gli affari di famiglia?
«I timonieri dell azienda sono due, io in veste di amministratore delegato e di codirettore insieme a mio nipote Giuseppe direttore generale, figlio di mio fratello Domenico. Il ruolo di presidente nonché di supervisore, come si può immaginare, rimane di mio padre , il cavaliere Giuseppe, capostipite e fautore dal dopoguerra in poi di tutto ciò che noi oggi gestiamo».

Cosa contaddistingue la vostra zienda?
«Quest'azienda da sempre unisce l'antica sapienza pastaia alla tecnologia più avanzata. Dunque ciò che la contaddistingue è l'innovazione e la qualità».

Quali le differenze imprenditoriali tra le generazioni passate e quelle attuali?
«Mio padre negli anni Cinquanta è stato capace di trasformare una grande azienda alimentare nella più importante industria del Mezzogiorno in questo settore, introducendo la cosiddetta produzione orizzontale. Le linee di produzione sullo stesso piano, un grosso vantaggio e un'innovazione radicale in quel periodo, in seguito adottata da tutti. Oggi disponiamo di ben sette linee di produzione ad alta tecnologia».

Quanto conta la qualità delle materie prime nel determinare la qualità del prodotto?
«La qualità delle materie prime utilizzate per la nostra pasta è un altro punto focale. Negli anni siamo stati sempre più attenti alle diverse varietà di grano duro e quindi alle farine che rendono il nostro un prodotto di eccellenza. Infatti siamo stati gli unici ad impiantare nel nuovo stabilimento due mulini integrati, in grado di produrre sia per il pastificio che per il mercato».

Le grandi aziende tendono a legare il loro nome anche a progetti culturali, ambientali o a sponsorizzare eventi. Avete anche voi questa ambizione?
«Il settore marketing, è nota la partnership con la Nazionale italiana di calcio ormai dal 1999, è un altro nostro punto di forza. Con lo sport abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi, infatti siamo anche lo sponsor ufficiale della nazionale svizzera di sci. Da diversi anni il nostro impegno in questo senso è stato costante con campagne pubblicitarie di livello superiore.
E tre anni fa circa l'inizio di un imponente progetto immobiliare. Il recupero del vecchio stabilimento di fronte al mare, il primo, quello del 1958 per intenderci, e il secondo. Il progetto che prevede la costruzione di un grande centro residenziale, immerso nel verde, nella città di Salerno è dell'architetto francese Jean Nouvel. Un'importante opera di rivalutazione e salvaguardia ambientale».

Quanta pasta produce la Antonio Amato in un anno?
«Un milione di quintali».

La pasta resta il punto di forza esclusivo oppure puntate anche su altri prodotti?
«Non produciamo ma commercializziamo pomodori in barattolo, olio e anche vino. Quest'ultimo ad esempio lo facciamo produrre nelle zone del Chianti, in Toscana. L'olio e i pomodori in aziende di primissima qualità al Sud, questo per far sì che il prodotto conservi intatte le qualità donategli dalla terra di origine, aspetto rilevante a dispetto di qualsivoglia strategia di marketing».

Il vostro brand è presente in moltissimi Paesi, dalla Francia al Sud Africa, perchè solo ora gli Stati Uniti?
«Negli Stati Uniti la pasta Antonio Amato è arrivata già alcuni anni fa, però con una distribuzione poco incisiva.Il problema piu grosso è stato non aver trovato il giusto distributore, il giusto interlocutore per poter lavorare sul territorio. È solo recentemente che grazie al gruppo Scala siamo stati in grado di creare un progetto che ci permette di lavorare sul campo in modo stabile. Con Antonino Scala circa un anno e mezzo fa abbiamo creato l'Arechi, dal nome del castello che domina il golfo di Salerno, azienda creata ad hoc per lavorare a questo imponente progetto. La vita in fondo è fatta di incontri».


Quanto peserà sul futuro della vostra azienda un cliente come gli Stati Uniti?

«Mettiamola così, il mercato nel nostro settore in Italia è saturo. Considerando che ci sono circa 120 produttori di pasta è comprensibile gurdare con attenzione al mercato estero. L'estero oggi rappresenta il nostro forte, in particolare il mercato americano che al momento per richieste e cifre ha superato lo storico e primo cliente, il Giappone, di ben oltre il 50 per cento. Queste sono prospettive positive che ci permettono di pensare ad obiettivi ambiziosi».

Vuol dire che aprirete degli stabilimenti di produzione negli USA?
«Il progetto ovviamente comprende altre fasi. L'apertura di uno stabilimento, e probabilmente anche più di uno è parte di questo. È sicuramente la nostra prossima mossa tanto è vero che siamo già impegnati nella ricerca del posto. Ci siamo dati come tempo circa due anni. Quasi sicuramente il primo sarà nella zona del Nord Est».

Quando arriveranno i primi prodotti sugli scaffali?
«Il secondo lunedi di ottobre, appena dopo il Columbus Day per l'esatezza. Un momento magico per un'azienda simbolo del Mady in Italy come la nostra».

Offrirete al consumatore americano una nuova linea di pasta?
«No, non produrremo una nuova linea, però il packaging sarà diverso. Per gli Stati Uniti invece del classico sacchetto di cellofan la pasta sarà venduta in scatola, un box di colore rosso su cui si leggerà Grande Italia. Il rosso è stato scelto per un motivo preciso, gli scaffali abbondano di sacchetti di colore blu, i nostri box che occuperanno la parte medio alta degli scaffali, quella più importante, saranno un'innovazione».

Esporterete soltanto la pasta?
«Per gli Stati Uniti abbiamo messo a punto un progetto imponente. Invece di presentarci con una sola tipologia di prodotto, la pasta appunto, abbiamo pensato ad una linea completa, che porterà il nome di Grande Italia, appunto abbinando alla regina della tavola i pomodori e l'olio. Un messaggio per i clienti americani, consumare gli alimenti base della nostra cucina, semplici ma preziosi. Esporteremo pomodori tipo romano, a rappresentanza della nostra regione, la Campania e il San Marzano dop. Un'impronta regionale e nazionale insomma. E poi l'olio, che tengo a sottolineare, sarà prodotto e imbottigliato esclusivamente in Italia».

Dove troveranno i vostri prodotti i clienti americani?
«Per quanto riguarda la grande distribuzione nei supermercati ShopRite e presso Fairway a New York City. Ci siamo rivolti poi alle catene del cosiddetto food service, nel nostro caso Sbarro, partner attento alla qualità dei nostri prodotti».

Ci sarà un evento per il lancio del vostro brand negli Usa?
«A New York si stanno organizzando grandi cose. Diciamo che sarà una sorpresa».

Qual è il formato più venduto?
«Gli spaghetti, da sempre».


Vi fermate in America?

«A gennaio del 2011 ripartiamo dalla Russia. Forniremo la pasta a tutte le strutture della catena Sbarro che solo a Mosca conta ottanta location».