LIBRI/Porte chiuse e silenzi

di Franco Borrelli

In diversi si son dati appuntamento in questa Napoli dell'ischitano Andrej Longo (nella foto), quella di «Chi ha ucciso Sarah?» (Adelphi): De Crescenzo, Camilleri e Saviano, tanto per fare qualche nome. Dei primi due un fine umorismo e una consumata ironia sulle cose degli umani, del secondo l'indagine poliziesca e, del terzo, lo scenario di degrado entro cui si muovono un poliziotto e un commissario alla ricerca dell'assassino di una povera ragazza nella parte "bene" della città, quella di Posillipo.

Il corpo della giovane viene trovato da un agente, che ha più o meno l'età di Sarah, in un androne di un palazzo signorile abitato da professionisti; il primo morto che gli capita di vedere nella sua carriera appena iniziata, ed è subito shock per il rinvenimento e pietà per la ragazza. Insieme con il commissario, in una città soffocata dall'afa agostana e "chiusa" perché quasi tutti si è in vacanza, il poliziotto partecipa davvero in prima persona alle indagini, nel senso cioè che fra i due, la morta e lui, si stabilisce una sorta di immediata connessione contro il male e chiunque l'abbia potuto perpetrare in quella fredda maniera.

Come in ogni giallo che si rispetti, qual è appunto la vita comune, nessuno ha visto o sentito nulla, e quei pochi che forse hanno adocchiato o ascoltato qualcosa si guardano bene dal parteciparlo agli inquirenti, i quali si muovono pendolando tra quest'atavica omertà e pressioni istituzionali e politiche dall'alto. Ma è un giallo, questo, davvero alla Camilleri, ricco com'è di umanità e capace di farci vivere da vicino con scugnizzi, barboni e delinquentelli dalla pistola purtroppo facile, pronti alla fuga, protetti quasi naturalmente dagli sconosciuti che vivono loro intorno e che con loro dividono la pena di vivere giorni senza speranza e segnati dallo squallore, anche e soprattutto morale. Ma la verità, come tradizione comanda, pian piano si fa comunque strada, anche dentro i cuori, e il rebus che prima appariva irrisolvibile trova la sua spontanea soluzione.

Trattandosi di un giallo, evitiamo di svelare quale questa soluzione possa essere; diciamo solo che le pagine di Longo si leggono davvero con piacere e coinvolgenza. Il poliziotto, che vive in uno dei sobborghi della grande metropoli partenopea, è figura davvero reale ed umana, emblematico nella sua semplicità con coscienza e tutto preso dalla voglia di capire perché mai gli uomini si comportino in maniera tanto balorda da uccidere senza pietà l'innocenza e irridere il buon senso.

Il tutto attraverso una scrittura gustosa fatta di un misto di napoletano e d'italiano, a tratti assai divertente e sempre aderente alla sequela quotidiana d'emozioni ed avvenimenti. Davvero sembra che Camilleri si sia trasferito ai piedi del Vesuvio. L'intreccio poi delle varie esistenze, la statura morale (si fa per dire, in più di qualche caso) è stupefacente nel peggio e il senso della buona disposizione verso chi ci vive intorno, nonché quello della vergogna, par che sia purtroppo davvero smarrito per sempre.

Eppure, di là dagli ignobili segreti che ognuno qui cerca di coprire e tener ben celati in sé, - soprattutto in quella società-bene così apparentemente lontana da camorristi, spacciatori e tossicomani, gelosi come si è della propria egoistica "privacy" -, uno spiraglio di speranza, malgrado tutto, esiste ancora; e Longo conclude che, anche alle indifferenze inconcepibili ed agli egoismi sorprendenti, nonché alle paure per la propria incolumità e a quel dilagante diffuso "tiriamo a campare", si può resistere e decisamente ribellarsi. Non tutto, in questa città-mondo senza cuore e compassione, è perciò perduto del tutto; e il fatto che si possa/debba continuare a sperare è già di per sé un buon segno per il domani di questa società di vinti e disperati.