TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Tutti in una foresta

di Mario Fratti

Di tanto in tanto si riscoprono e si rappresentano grandi testi, con dialogo invidiabile e personaggi affascinanti. E' il caso di "Another Part of the Forest" di Lillian Hellman (al teatro-chiesa St. Clement's, 423 West 46th Street). Prodotto dal Peccadillo Th., brillantemente diretto dal regista Dan Wackerman. Ricca scena di Joseph Spirito. Al piano di sopra, le stanze del padre-dittatore (Sherman Howard); al piano di sotto il patio e le stanze dell'azione. Vediamo la bella figlia Regina (Stephanie Wright Thompson) che ripete il suo amore al riluttante, povero ufficiale John (Christopher Kelly). Lo ama, ma sa che sarà difficile convincere il ricco genitore; è un uomo crudele che insulta tutti e non mantiene le promesse. Ha promesso alla gentile moglie Lavinia (Elizabeth Norment), per dieci lunghi anni, che le permetterà di aprire una scuola per aiutare i bambini poveri, i figli degli schiavi. Non mantiene la promessa e continua gli insulti.

Siamo nel 1880 in Alabama e i servi vengono spesso umiliati (la gentile Perri Gaffney e il corretto, vagamente ironico Anthony Wills Jr.). Teatralmente, scena dopo scena, molte rivelazioni. Il fratello di Regina è Benjamin, un personaggio pronto ad imbrogliare (Matthew Floyd Miller). Sta ingannando Birdy (Kendall Rileigh), sorella povera di John che ha bisogno di un prestito. Darebbe cinquemila dollari facendole firmare una promessa di restituirne diecimila. Altro fratello di Regina è Oscar (Ben Curtis), razzista e corrotto. Prende droghe e porta a casa una donna equivoca che vorrebbe sposare. Il padre gli offre mille dollari se promette di scomparire. Ma la fragile Lavinia ha un diario che consegna a Benjamin. Ha annotato tutti i crimini del marito. Benjamin ha la sua vendetta e costringe il padre a cedere il suo denaro, le sue case e permette alla moglie di aprire la scuola che sogna. Fa piacere vedere un genitore crudele ed arrogante punito dalla sua famiglia. Aveva anche desideri incestuosi per la figlia Regina. Deve lasciarla libera di sposare chi vuole. Dialogo perfetto, da vera maestra; attori di gran classe, scelti da un regista che sa il fatto suo. Peccato che non abbia i soldi per portare tale capolavoro a Broadway. Costoso ma meraviglioso.

Due musical con soggetto religioso. Maria Testa è al solito bravissima come madre di un giovane confuso in "I'll Be Damned" di Rob Broadhurst e Brent Black (Vineyard Th., 108 West 15th Street). Louis (Jacob Hoffman) ha tanta immaginazione ma pochi amici perché è goffo e insicuiro. Ha un'offerta da Satana (il simpatico, convincente Kurt Robbins). Gli presenta tanti amici, i dannati, che ballano con foga. La madre fa di tutto per sconfiggere Satana. Ci riesce e salva suo figlio. Divertente.
Altro musical religioso è "The Little Death" di Matt Marks al teatro Incubator (131 East 10th Street). I due protagonisti (Matt Marks e Melissa Hughes) amano Gesù. Cantano e ballano per lui, resistendo alla tentazione del sesso. Buone idee del regista Rafael Gallegos. Musica adatta.
Abbiamo visto altre opere al Fringe Festival organizzato da Paul Bargetto al teatro PS 150 First Avenue. Hanno in comune un senso di disperazione; sono giovani ancora trentenni che scrivono e recitano avanguardia sperimentale vaga, non chiara. Non credono più al dovere di un messaggio chiaro, alla speranza di un domani migliore.

Di "Waiting for Nil" abbiamo già parlato la scorsa settimana. In "Are We There Yet?", creato dalla regista Anna Brenner e quattro attori abbiamo la stessa domanda. Siamo qui? Vale la pena di vivere? Un giovane dottore (Mike James) vuol fare anche carriera politica e parla di sensibilità. Noi non la vediamo quando lo sportivo Gabel Eiben e la scrittrice Melissa Brown ignorano gli sforzi che un vecchietto fa per camminare e non ascoltano le sue parole, piene di saggezza sull'esistenza dei pesci. Ci sono dei bei frammenti quando la sensibile, confusa, timida Rachael Richman dice di essere una scultrice di aria e suoni. E' quello il suo materiale. La vediamo tracciare segni nel vuoto. Sono frammenti poetici ma manca la scintilla di speranza nel domani.

Interessante anche il dramma romano "The Concretes" (basato su testo di Vladimir Sorkin), diretto da Alexandru Mihaelscu. Quando all'inizio degli anni Novanta il socialismo fu soppiantato dal capitalismo, ebbero tutti la speranza che il capitalismo portasse ricchezza. E' successo invece il contrario; devono pagare adesso per medicine, ospedali e scuole. Son quindi irati, feroci e urlano la loro rabbia. Entra in scena Marius Damian, atleta robusto, che emette urli e suoni gutturali. Si aggiungono a lui due attrici, Katia Pascariu e Monica Sandulescu. Son feroci anche loro e urlano la loro rabbia. Tre bravi attori, ben diretti ma sanno solo ripetere che badano alle cose concrete, alle cose materiali, al possesso. Basta con lo spirito e la poesia. Originali video sullo sfondo; ce n'è anche uno che vede nella coca-cola uno strumento sessuale. Video di Cinty. Un regista e attori eccellenti che dovrebbero incoraggiare il pubblico a sperare.