A modo mio

Grazie, Nanda

di Luigi Troiani

Con l'uscita del secondo volume (altre 1600 pagine fitte di vita e letteratura) l'editore Bompiani ha portato a termine la pubblicazione dei diari di Fernanda Pivano, curata da Enrico Rotelli e Mariarosa Bricchi. L'americanista e critica di letteratura e musica, che ci ha lasciato in questi giorni un anno fa, gioirebbe ad averli in mano, con il racconto di novantadue anni di stupori, emozioni, amori, scoperte, racchiuso in un'elegante veste tipografica.
Ammiratore e lettore fedele della sua scrittura, mi sono sempre chiesto quante ore lavorasse quella donna per dare così pregevole fattura al tanto che scriveva, e perché avesse rinunciato ad affermarsi nella narrativa. Una terza cosa mi chiedevo, e all'interrogativo mi diede lei stessa risposta l'unica volta che ebbi la gioia di incontrarla e di parlarle. Fu nella sua casa romana. Era primavera, lo ricordo perché l'abitazione era stracolma di rametti di mandorlo e pesco in fiore. Domandai perché non avesse accettato l'amore del maestro Cesare Pavese, poi morto suicida. E lei senza esitare spiegò, disturbata, che lui "era di paese, un contadino" e lei "una ragazza di città".

Grande Nanda, così femminile nella grazia e delicatezza con cui porgeva il suo sorriso, nel modo di sostenere le cause giuste (la Nuova Sinistra americana, il partito radicale in Italia, la promozione dei poeti e scrittori della beat generation, il pacifismo, l'antinucleare), così maschile nel piglio professionale, nella fedeltà alle amicizie, nel disinteresse per il denaro e il potere, nella vocazione al lavoro e alla fatica. C'è un'affermazione icastica di Erica Jong in testa ai due volumi della Bompiani, che dice più di ogni commento: "Nanda Pivano che non ha bisogno di presentazioni".

Ed è curioso che i "Diari" appaiano una sorta di auto-presentazione al lettore per un viaggio dentro il tempo da compiere insieme, smarcando i canoni della narrazione "all'americana" che la caratterizzavano negli articoli del Corriere e nei tanti libri sugli "amici cantautori", sugli amici scrittori da papa Hemingway a Kerouac a William Burroughs.
L'infanzia di ricca borghese a Genova con la famiglia colta, il pianoforte e la scuola svizzera; il trasferimento a Torino da adolescente e lo studio con il professor Pavese e il compagno di classe Primo Levi; gli anni del fascismo e dell'antifascismo, i grandi nomi della cultura torinese dell'epoca compresi Norberto Bobbio e Nicola Abbagnano; quindi i primi anni '40 con "gli orrori, gli orrori, gli orrori della guerra" descritti in "Diari" tanto per far capire da che parte stesse il suo modo di vedere il mondo e la politica. Con Pavese rientrato dal confino, pubblica nel 1943 in Einaudi l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, e scopre la letteratura americana, definita riportando in "Diari" le parole di Pavese "qualcosa di più che una cultura, una promessa di vita, un richiamo del destino". A guerra finita, è come se l'America letteraria adottasse la Pivano, è come se lei divenisse la chioccia per l'Italia e una parte d'Europa di quella covata di invenzione e dramma che iniziava a riversarsi tra inchiostro e chitarre attraverso la vasta America, in particolare sulla direttrice New York San Francisco, schizzando talvolta nel Mid-West e nella Corn Belt. Una vicenda di umanità e cultura bella come un romanzo, che fu vita vera di una donna coraggiosa, leale e innovatrice.

Le ultime righe di "Diari" sussurrano ai giovani di impegnarsi per la pace, così da "sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno". E chiamano accanto per l'ultimo viaggio il suonatore Jones dello Spoon River "che giocò con la vita per tutti i novant'anni".