ARTE/INTERVISTA/Coralina, innocenza intelligente

di Filippo Brunamonti

Amletica - con le sue domande alle mie domande - lei, brucia d'amore l'universo. Le mosche planano tra le rose e le viole, come Marcasciano e Thoreau in un boschetto errante, extropiano nell'interregno-meraviglia di Manhattan, Village.

Coralina Cataldi-Tassoni ci mette tutta se stessa: amore, infanzia, lanternine, sogni dirupati. Immersione totale. Per capire cos'è la sua installazione di quadri chiamata Smart Innocence, bisogna andarci, e farsi popolare il cuore di diavoli, angeli, fondi di Es a metà tra l'ombrello e la borsa di Mary Poppins.
Trasportandovi al Matilda (ristorante di cucina toscano-messicana ed altare espositivo al 647 East 11th Street di New York City) - presentando l'intervista che state per leggere - avrete diritto al 20 per cento di sconto sui pasti del locale, dietro cui si nasconde l'estro di Maristella Innocenti ed Esteban Molina.

L'offerta è valida per tutta la durata dell'esibizione, dunque dal 15 luglio al 30 settembre. Il 15 luglio, giorno d'inaugurazione di Smart Innocence, Coralina sarà presente. E ci sono almeno tre ragioni affettive per andare: chi ama il cinema ellittico di Dario Argento, vi troverà la Coralina interprete di film sacri come Opera, Il Fantasma dell'Opera e La Terza Madre. Chi sonorizza la vita di arie rock-operistiche, sarà lieto di ascoltare il disco di Coralina Limbo Balloon, fervido omaggio ai maestri d'opera Cataldi-Tassoni, e ai palcoscenici di teatri antichissimi dove Coralina ha recitato sin da bambina. Chi insegue i colori tra le lenzuola, è chiamato infine a toccare il pozzo dell'arte, con quegli spruzzi che Coralina definisce "carovana d'emozioni umane".

L'Innocenza Intelligente del titolo fa rima con uno stile ragionato e fisico del tuo modo di dipingere, oppure è  un atto di pancia, senza regole?
«Onestamente, i titoli dei miei show nascono così come dipingo: non c'è una meditazione a priori, non pianifico, non ho intenzioni. Ho un feeling, un istinto dentro di me che poi diventa parola o pittura o musica. Succede tutto simultaneamente. Non mi faccio domande a tavolino, soltanto dopo aver composto un quadro o una canzone capita di fermarmi a pensare ‘perché la mia mente ha prodotto questo?'».

Sei spontanea anche nella vita di tutti i giorni? E poi, son giorni o gironi?

«Nel quotidiano faccio piani, progetti. Nell'arte sono spontanea. Non credo che i giorni siano gironi, sono fiduciosa nella vita e la mia arte è molto lontana dai film che ho fatto».
Non sono, dunque, frammenti dark...
«Se giri film con Dario Argento o Lamberto Bava e fai delle fini orribili, non devi necessariamente essere una tenebrosa. Anzi, a me piace tanto il bianco. Dico sempre: nel bianco abita la verità».

Nasce dal bianco la tua pittura?
«Comincio dagli schizzi sopra una tela bianca. Indietreggio. Poi sussurro: ‘parlami'. Improvvisamente, dal bianco vedo gocciolare tutto un mondo: i colori sanguinano, la tela mi chiama a se' e il mondo acquista finalmente senso».

Che rapporto hai con l'innocenza?
«È una ‘innocente' a presentare il mio show: Matilda, una bambina appunto. Presta il suo nome ai miei spazi, oltre che a quelli degli altri. Ora ne è inconsapevole ma, da grande, conserverà una bella memoria di questo evento. Si renderà conto di aver aiutato un'artista, ma prima di tutto un essere umano».

Che cosa conservi della tua fanciullezza?
«Il gioco. Se mi fosse concesso, giocherei tutto il giorno. Canterei a tutte le ore. Vorrei non crescere mai. Da piccola, mi fingevo capo-ufficio del protagonista fumettistico Archie, ero anche sua capo-fan e gestivo l'Archie Club nella mia fantasia. Lo facevo molto bene: fingevo di essere una fan - lo ero davvero - poi mi spedivo la lettera da sola e rispondevo a nome di Archie».

Quale forma d'arte prediligi?
«Non ce n'è una in particolare, tra cinema, musica e pittura, perché ritengo siano tutte una cosa sola. Sono uno strumento per esprimere ciò che si sente e che si è. Ognuno di noi è un artista».

I volti raffigurati nei tuoi quadri sembrano in prevalenza femminili...
«Quando guardo le facce dei miei dipinti, non li trovo né maschi né femmine. Mutano a seconda delle voci di altri. In un certo senso, ad ogni luogo e ad ogni evento io ricreo la mia arte. Madonna senza preghiere, esposto presso Matilda, è a suo modo un quadro trasformato, si è quasi scorporato dalle sembianze originarie. Non è più una Madonna. La Madonna è tornata bambina. Così come Mona Lucy e tutti i personaggi dei miei quadri».

Cambiano di forma spesso i tuoi quadri?
«Non saprei, dipende da chi osserva. Mi diverte cambiare i titoli delle mie opere. Le ribattezzo allegramente. Passo i titoli tra loro, li rinomino... Le mie serie di quadri sono come una grande famiglia. Anche io mi sento una di loro, anzi sono tutti i miei quadri. Per guardare e ‘sentire' i miei quadri, non è possibile usare i parametri e le regole della nostra dimensione. I bambini sembrano grandi. I grandi, bambini. Come ad esempio accade in A dear friend stole my sin e By the eye of Grace».

Sei nata a Manhattan. Che cosa rappresenta per te New York?
«La mia casa. Tutta la Terra. La mia idea di universo è: da una parte l'isola di New York, dall'altra la Luna. E in mezzo, l'Oceano. Talvolta, la Luna, l'Oceano e tutti i centri della mia immaginazione si mescolano. Attorno a questo strano universo, ci sono tante altre dimensioni dove vivono i miei stati emotivi, i personaggi straordinari, le mie canzoni... Ci sono tanti altri mondi là fuori, ed è proprio in quei mondi che sta la libertà. Non siamo soli. E la mia casa di quadri, nel Village, è una sorta di ‘casa delle bambole', è qui che vive e respire l'essenziale. È qui la festa!»